20 Giugno 2024 in msna

Gli sbarchi sono dei non-luoghi

Gli sbarchi sono dei non-luoghi, perché non rappresentano posti fisici, ma eventi. Eppure, allo stesso tempo, sono spazi: zone in cui si ammassano vite e meccanismi che si sfiorano appena, ma si compenetrano, anche se solo per poco tempo.

Dopo il primo sbarco, gli altri sono diventati automatici, ma mai guidati da automatismi.

Nell’estate del 2022 il caldo torrido invade quel non-luogo che è lo sbarco.

Siamo stanchi, affaticati, gli arrivati più di noi che accogliamo, ed è ovvio perché.

Ci sono 297 persone. Di quelle 297, 95 sono msna. Di quei 95, 18 devono essere accolti presso il nostro CAS minori.

Fin dall’inizio ci viene detto che possiamo essere noi a scegliere i 18 che dobbiamo accogliere. È un compito che considero terribile, ma che mi trovo costretta a svolgere, perché altrimenti lo farebbe qualcun altro al posto mio. Così inizio a osservare questi 95 ragazzi, a parlare con loro, a socializzare mentre attendono le visite mediche e l’identificazione agli stand della Questura.

Mi colpisce come alcuni di loro sorridano e ridano, quasi che la pesantezza di quel non-luogo arrivi solo a me o a noi che ci lavoriamo. Nei loro occhi non si riflette la gravità delle piaghe che hanno sul corpo, a volte infestate da larve di mosche; è come se quell’orrore fosse visibile solo a noi. Al contrario, emanano un calore che mi dà la forza di capire perché ho scelto questo lavoro: per quei sorrisi, per quelle mani che si tendono e si stringono. Perché, in fin dei conti, un non-luogo rimane tale, ma è fatto di persone.

Tra tutti questi ragazzini, ce n’è uno che mi colpisce più degli altri.

È piccolo e minuto, ha gli occhi severi, così severi che mi svuota; sta in disparte rispetto agli altri, non socializza, non scambia parole. Mi ricorda un gatto selvatico, pronto a soffiare se ti avvicini. Mi chiedo quanti anni abbia, perché ne dimostra pochissimi.

Mi avvicino con la stessa delicatezza che userei per avvicinarmi a un gattino randagio. Mi siedo sulla sedia accanto a lui e gli chiedo in inglese da dove viene, ma non risponde. Capisco che non parla inglese, così ripeto la domanda in francese. Con gli occhi che mi guardano ma non mi vedono, mi dice “Guineé” Gli chiedo come si chiama e mi risponde “K.” Gli chiedo quanti anni ha, mi dice “quindici”.

È seduto e aspetta il suo turno per l’identificazione allo stand della Questura. Mi colpisce il fatto che alle mie domande risponde in modo secco e non mi rivolge mai altre domande, a differenza di altri. Non gli interessa sapere come mi chiamo o cosa faccio lì. Mi viene spontaneo chiedermi cosa si nasconda dietro quegli occhi duri – occhi che non vedono niente anche se guardano tutto – di un ragazzino che sembra un gatto ferito.

E poi faccio una cosa impulsiva ma in verità so bene perché lo faccio.

Gli chiedo se gli piacerebbe venire nel centro con noi, gli spiego come funziona, gli presento il mediatore; K. non sorride, non fa domande, nemmeno quando c’è un mediatore che parla il suo dialetto. Dice solo “vado dove volete voi”, come se tanto non gli importasse del luogo, delle persone, di niente.

Così l’ho scelto, questo ragazzino con gli occhi che non vedono e lo sguardo da gatto randagio. Nella struttura non dura nemmeno 48 ore, sono certa che scapperà, ma mi devo impegnare a tentare di farlo restare. La diffidenza che mantiene è quasi distanza, io la rispetto, anche quando, assieme ad altri 17 ragazzini, è entrato in struttura. La rispetto, ma allo stesso tempo non lo perdo mai di vista, gli chiedo spesso se va tutto bene.

I 18 ragazzini li accompagniamo nel Centro io e l’educatore, più due mediatori.

È già sera, sono le 22, fa un caldo opprimente e la stanchezza inizia a farsi sentire. Ma sono stupita di quanto siano curiosi i loro occhi mentre si guardano intorno. Questo allevia la stanchezza e la pressione di un lavoro in costante emergenza.

Dopo la spiegazione delle regole e le formalità, i ragazzi ridono, si sistemano nelle loro camere e accendono la musica. Sono in piedi dalle 6 del mattino, ma la loro energia mi fa sentire che tutto ha un senso. La struttura è viva ed è tutt’altro che un non-luogo. È fatta di cose, persone e un brusio di lingue diverse. È fatta di tanti ragazzi felici di essere finalmente in un posto che possano definire sicuro.

Hanno già imparato il mio nome, mi battono il cinque, giocano instancabilmente a biliardino… Mi chiedo, sono stanca io, e loro no? Com’è possibile? Ma poi mi ricordo di quando ero adolescente, di quelle emozioni così grandi e intense che facevano sembrare tutto il resto piccolo in confronto.

Alle 23:45 li mando a letto, loro ridono e mi dicono che sembro una mamma, scherzando su questa cosa.

Mi resta dentro, con il suo silenzio. Non ha giocato con gli altri, non ha riso, non mi ha mai battuto il cinque. Quando va a letto gli dico: ‘Torno domani, ci vediamo, va bene?’ Lui annuisce in silenzio, e io mi sento quasi rassegnata al fatto che probabilmente non lo troverò più. So che porterò dentro quegli occhi per un po’, se dovesse scappare.

Ma il giorno dopo, K. è ancora lì, e lo è anche quello successivo. Con mio grande stupore, al quarto giorno dal suo arrivo, mi chiama per nome. Mi sembra un miracolo. Può sembrare banale, ma quando loro ti chiamano per nome, improvvisamente diventi qualcuno, una persona, e non più una figura indefinita che vaga nel centro d’accoglienza.

Ora mi vede, davvero mi vede.

I giorni passano e K. continua a restare in silenzio, in disparte. Frequenta le lezioni di italiano e partecipa a tutte le attività, ma sembra esserci sempre un muro tra noi. So che non posso abbatterlo, so che devo procedere con cautela, farmi prossima e aspettare sulla soglia. È forse questo il segreto del nostro lavoro: aspettare, permettere alle persone di darci la possibilità di entrare quando si sentono pronte, e restare pazientemente in attesa sulla soglia fino a quel momento.

Quando arrivo in struttura e lui è in camera, mi prendo sempre cura di andarlo a salutare. Gli chiedo come sta, lo esorto a uscire dalla stanza, a venire a fare merenda con me e gli altri. Lui accetta, non dice mai di no. Chiacchieriamo spesso, riesco a vederlo ridere mentre giochiamo a UNO, oppure quando mangiamo il gelato e giochiamo ai giochi da tavolo per conoscerci meglio.

Durante i colloqui individuali, ho scoperto che è un ragazzino di strada. Mi ha mostrato delle cicatrici e mi ha detto: ‘Sono analfabeta e mi vergogno molto.’ Vorrei dirgli che la vera vergogna è che esistano ancora paesi dove l’istruzione non è garantita ai bambini. Non ha più la mamma da molti anni, e non ha mai conosciuto suo padre.

Dipingiamo molto, tutti insieme, e non nego che anche io mi unisco a loro; dove sta scritto nei manuali di servizio sociale che si può fare? Da nessuna parte. Ma ho imparato che con gli immigrati, e ancora di più con i minori stranieri non accompagnati, le regole del servizio sociale vanno applicate in modo diverso, altrimenti li perdi, perdi queste schegge impazzite che si muovono nel mondo spesso senza una meta precisa.

Abbiamo avviato un laboratorio di teatro. È passato un mese da quando i 18 ragazzi sono arrivati. Alcuni sono scappati, ma ne sono arrivati di nuovi, e le attività ludiche stanno crescendo. Il teatro spaventa molti di loro, così anche noi operatori ci mettiamo in gioco. Con mia grande sorpresa, K. vuole partecipare. Da qualche tempo ha iniziato a chiamarmi “mamà”, e quando entro in struttura mi sorride. Se manco per qualche giorno, chiede ai miei colleghi dove sono. Mi dice: “Mamà, se fai teatro tu, lo faccio anche io”. È come se mi stesse dicendo che la mia presenza lo fa sentire al sicuro, ed è una cosa bellissima, dato che nella vita K. non si è mai sentito sicuro in nessun luogo.

Io e K. parliamo tantissimo; ha imparato l’italiano rapidamente, e sono fiera di lui. Il suo sguardo è cambiato: ora vede il mondo, vede me e anche gli altri ragazzi della casa, con cui ha iniziato a fare amicizia. Socializza, si fa degli amici e mi racconta dei loro giri nel centro città e delle ragazzine che ha incontrato. Mi fa sorridere quando prende in giro gli altri per il loro interesse per le ragazze, mentre lui è serio e vuole studiare. È bello sapere che si fida abbastanza da raccontarmi di quando una ragazza sull’autobus gli ha detto che ha i capelli più belli che abbia mai visto. Quando lo racconta, è tutto sorridente e aggiunge: “Sono nero, sennò sarei arrossito”.

È settembre, sono passati due mesi dal loro arrivo. Siamo andati in campeggio con gli scout, abbiamo festeggiato la notte bianca in città, mangiato la pizza in una ‘pizzeria vera’, come dicono loro, e fatto tante altre cose.

Non penso più al fatto che K. possa scappare; vedo nei suoi occhi che perderebbe più di quanto potrebbe trovare altrove.

La sera dello spettacolo teatrale, i ragazzi mi chiedono di truccarli. A uno a uno, disegno con la pittura bianca linee tribali sui loro volti. Sono stupita di quanti abbiano aderito a questa attività: su 32, partecipano attivamente in 20, e non sono pochi. Gli altri non recitano o suonano, ma hanno creato con noi la scenografia. La costruzione di questo mini spettacolo è stata un momento meraviglioso. Quando è il turno di K., mi metto a disegnare linee bianche sul suo viso da ragazzino ferito, ora però ha una luce strana negli occhi, una luce che assomiglia alla felicità, e questo mi fa commuovere. Con quegli occhi tutti felici, mi guarda e mi dice “Mamà merci de m’avoir permis de venir ici avec vous à mon arrivée. Merci de m’avoir choisi. Aujourd’hui est le plus beau jour de ma vie”, che letteralmente vuol dire “mamà, grazie che mi hai fatto venire qui con voi quando sono arrivato. Grazie che mi hai scelto. Oggi è il giorno più bello della mia vita”.

Così, al di fuori di ogni manuale di Servizio Sociale, al di fuori di ogni professionalità, piango. Piango guardando K., che con quegli occhi mi sta dicendo quanto quella semplice scelta di accoglierlo da noi abbia in qualche modo cambiato la sua vita. E in parte sono certa che quella scelta abbia cambiato anche un po’ la mia.

Non ho mai creduto nei miracoli, né ho mai pensato di poterne compiere, ma so che con K. abbiamo compiuto tanti piccoli miracoli. Il primo è stato fermare un ragazzino che per una vita intera ha girovagato per paesi africani; il secondo è stato darli la ‘vista’, fargli vedere che c’è un mondo là fuori, oltre quello sguardo, ci sono cose su cui può posare gli occhi; il terzo è stato fargli capire che a 15 anni la vita può essere bellissima, anche quando hai solo poche cose su cui posare gli occhi, perché l’importante è sentirsi accolti.

E poi, un miracolo è successo anche a me.

In quella scelta, che all’inizio sembrava insensata, di prendere un ragazzino che nemmeno mi vedeva e che non aveva alcuna fiducia in noi, il mio miracolo è stato seguire un istinto che lì per lì non ho capito, ma che oggi riconosco: quello di un assistente sociale che sa che dove vede più fragilità, più difficoltà, non deve andare oltre, ma deve fermarsi e deve avvicinarsi fin dall’inizio. Deve essere come una luce, una luce che entra in una piccola crepa di muri enormi.

Perché ogni muro ha una crepa ma è da lì che può passare la luce.

Da questi intrecci, ho imparato che lo sbarco è un non-luogo… ma alla fine sono le persone a fare i luoghi.




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