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Avevo
appena superato il tanto ambito traguardo della tesi e mi dicevo ancora:
non può esserci nulla al mondo dopo questo che non si possa superare! Ebbene
sì, la tesi è stata una delle poche esperienze che nella mia vita mi hanno
davvero tolto il sonno, immaginarmi lì da sola davanti ad una commissione
era una cosa che letteralmente mi terrificava. Ma era già andata – e anche
benino- ed io mi sentivo già al settimo cielo. Solo che – come accade
spesso nella vita-, quando credi di aver superato il traguardo ti rendi
subito conto che quello era solo uno dei tanti scalini da salire, e così ho
subito realizzato che le commissioni esaminanti non erano finite, anzi…avrei
dovuto ripetere l’esperienza per ben quattro volte ancora! E senza la
possibilità di prepararmi il discorsetto a priori! Che fare quindi? Da dove
iniziare? Dovevano valutare se era “vero” che avevo imparato a fare
l’assistente sociale all’università (ma si impara mai davvero? E si può
davvero valutare in questo modo? Ma non bastavano i 32 esami? Lo so, lo so,
questo è un altro discorso…). Il fatto è che dovevano farlo facendomi
un esame scritto sulla legislazione, un
altro sul metodo, uno orale che riprendesse gli scritti ed
infine un caso (aiuto!)…l’idea di un caso scelto a caso (scusatemi la
ridondanza) mi faceva pensare che io dovevo –nel giro di 10 minuti- essere
in grado di interpretare la parte di un assistente sociale di un qualunque
servizio (dai minori all’ufficio di vigilanza), che dovevo dimostrare che
ero in grado di farlo (ma sulla base di quale esperienza se ho finito la
tesi l’altro giorno! L’esperienza del tirocinio? Ma io di tirocini ne ho
fatti soltanto due…e se mi capitava un servizio che non avevo mai conosciuto
da vicino?) e di saper gestire con una certa competenza qualunque tipo di
utenza mi venisse proposta. Ma gestire voleva dire anche conoscere tutte gli
escamotages legislativi al riguardo? E mi dicevo che non poteva essere
possibile che loro pretendessero questo da me… No, non potevo cadere nella
“trappola” di concentrarmi soltanto sullo studio di contenuti legislativi e
burocratici su ogni tipo di utenza, non avevo tutto questo tempo! Doveva
essere un altro il senso di questo esame, dovevo trovare un nesso che
collegasse la professionalità dell’assistente sociale in qualunque tipo di
servizio essa si trovasse. Che “cosa” fa di un assistente sociale quello che
è aldilà del posto in cui lavora? Se mi concentravo su questo allora avrei
potuto affrontare qualunque tipo di caso mi venisse proposto…almeno così ho
pensato e sembra abbia funzionato. Ma andiamo per gradi.
COSA
SIGNIFICA PER LO STUDENTE
Che cosa
sia l’esame di stato e a che cosa serva anche dal punto di vista legislativo
è già stato spiegato in questa
stessa sede e anche molto bene, dal collega Ugo Albano.
Come vive però lo studente questo suo momento storico? Che significato ha?
Beh, non lo so quanto il mio caso possa essere rappresentativo di qualcosa
però sono certa di non essere l’unica che prima e durante la preparazione di
questo esame si è fermata qualche millesimo di secondo per dirsi: Se superi
questa soglia poi là fuori ti aspetta il mondo reale. Ecco la cosa che
spaventa per davvero! (ma che stimola allo stesso tempo).
L’esame di stato, aldilà di questioni formali e burocratiche, rappresenta
insieme alla laurea, davvero un rito di passaggio forte e determinante. E’
il momento in cui la società (attraverso il riconoscimento burocratico e
formale), ti assegna la qualifica di professionista. E’ il momento in cui
il ruolo di ragazzo-studente diventa quello di adulto e collega, inserito a
pieno titolo nella comunità professionale e scientifica. Wow! Suona bene ma
spaventa tanto…almeno io così l’ho vissuta. Quella commissione non valuterà
soltanto la mia capacità di realizzare uno scritto, ma mi restituirà se sono
davvero in grado di entrare a formar parte del mondo professionale che si
trova aldilà della soglia. Che enorme potere –mi dicevo- è stato dato a
questa commissione. Ma le cose stanno – almeno per ora - così.
UN
PUNTO DI FORZA: L’ATTEGGIAMENTO MENTALE
Nonostante questo, trovo che sia importante per lo studente essere in grado
di diventare, almeno per un breve lasso di tempo, il commissario di sé
stesso (non me ne vogliano i commissari!). Ciò che voglio dire è che se da
un lato lo studente che si presenta alle prove, nonostante abbia superato
tutti gli esami e la tesi vive davvero questa sua posizione di vulnerabilità
nei confronti di chi “giudicherà” la propria idoneità professionale,
dall’altra parte deve essere in grado di mettere insieme tutte le esperienze
accumulate negli anni di studio precedenti valorizzandole come meritano e
dandogli un senso (non si è così sprovveduti come ci si sente!!!) cercare
di “calarsi” nei panni non solo dello studente che ha imparato la lezione,
ma di colui che proverà ad organizzare tutte le informazioni apprese per
farne uso di fronte ad un determinato caso (lo avete già fatto nei
tirocini!). In questo senso è utile nella preparazione ripercorrere non solo
tutti i momenti formativi significativi, ma anche le motivazioni stesse che
stanno alla base della propria scelta professionale. Quanto ci si sente
appartenenti a questo mondo? Sono in grado di pensarmi assistente sociale?
Credo in questa professione e negli strumenti che mi offre per poter
confrontarmi con quel mondo che è “il sociale” avendo una propria e concreta
impostazione metodologica e teorica?
Questo lavoro su di sé permette di evitare di porci davanti ad una
qualunque domanda di esame in modo “pappagallesco” rispondendo
semplicemente con concetti memorizzati e vuoti ma che non ci “appartengono”
(e credetemi che queste cose all’esame passano!). Così, se mi verrà chiesto
ad esempio qualcosa sul processo di aiuto, non devo dimostrare soltanto di
aver memorizzato alla perfezione tutte le fasi, ma sarò in grado di
illustrarlo con esempi, con punti di vista personali e anche critici, di
cogliere le peculiarità del caso che mi viene proposto, facendo emergere
quanto quell’aspetto metodologico sia davvero venuto a formar parte
integrante del mio bagaglio culturale e professionale. In definitiva, le
conoscenze teoriche sono già state “valutate” negli esami all’università,
l’esame di stato se ha un senso di esistere è proprio quello di cogliere gli
“atteggiamenti professionali” acquisiti, cioè, come lo studente è in grado
di saper organizzare l’insieme delle teorie e le conoscenze acquisite.
GLI
SCRITTI
Una cosa
che mi ha molto tranquillizzato all’esame di legislazione è stato sapere che
mi era concesso di portarmi una cartelletta con tutte le leggi e decreti
legislativi riguardante il sociale. Ma come? –direte- si copia? Ovviamente
no, ma dato che – come veniamo dicendo – quello che viene valutato non è
tanto un apprendimento teorico quanto una capacità di organizzazione delle
idee e di riflessione sulle leggi stesse, la commissione ci “facilita” - si
fa per dire - il compito, permettendoci di consultare le fonti. E questa,
credetemi, è una gran bella cosa. Quanto meno fa sentire più sereni. Quindi,
prima cosa da fare: raccolta (scaricando da internet quelle che non
avete sotto mano, chiedendo in prestito allo studente più secchione della
classe che di sicuro le ha già tutte…fate voi) di
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Commento: un
buon libro sulla riforma dell’assistenza: R. Maggian, Il sistema
integrato dell’assistenza, Carocci, Roma 2001
vedi anche lo speciale "Capire
la riforma" nel nostro sito |
tutte
le leggi socio-sanitarie (almeno da dieci anni a questa parte) suddivise per
aree (handicap, tossicodipendenza, minori,
psichiatria…). E poi ovviamente la legge quadro (che dovete conoscere molto
bene oltre che leggi regionali più significative della vostra zona.
La domanda che verrà scelta (senza possibilità di ritorno), farà senz’altro
riferimento ad una legge o un dibattito legislativo in corso. Probabilmente
appena verrà letta dal presidente della commissione vi sembrerà che arrivi
da Marte… Niente panico, respirate profondamente e pensate che avete a
disposizione abbastanza tempo per rispondere e per ragionarci su. Quindi il
lavoro va pianificato. Non fatevi prendere dall’ansia della risposta! Va
riguardato bene il titolo. Letto e riletto bene per poi scrivere quali
sono secondo voi, i punti e le connessioni effettivamente richieste. Badate
bene alle parole che vi fornisce il titolo, sono indicazione del metodo di
lavoro! Quindi se vi chiedono di “confrontare” tenete conto che vi si
sta chiedendo di esaminare parallelamente due fenomeni, se vi si chiede “indica,
esponi”, dovrete presentare un quadro completo ed obiettivo…se vi si
chiede “individua” dovrete mettere in evidenza, sottolineare, fare
emergere l’importanza di uno o più aspetti del problema.
Dopo l’esame del titolo se lo ritenete opportuno andatevi a riguardare la
legge o le leggi a cui fa riferimento la domanda cercando di centrare gli
aspetti che vi vengono chiesti (se si tratta di un articolo specifico, di
una data prevista dalla legge stessa, le indicazioni suggerite).
Sottolineate, meditate bene sul tipo di riflessione che “l’esaminatore” ha
voluto indurre ponendovi quel quesito. A questo punto fate proprio un
brain storming con tutte le cose che il titolo vi suggerisce, non
abbiate paura, scrivete nel foglio in brutta tutte le idee e i concetti che
vi passano per la testa. Datevi tempo per questa operazione. Scrivete
quelle che per voi possono essere le connessioni possibili, i pensieri, i
punti da focalizzare…A questo punto siete a metà dell’opera. E’ il momento
di preparare una scaletta mettendo in ordine e dando senso a questa
raccolta di idee, normative, esperienze ricollegabili alla domanda…Alcune
verranno scartate, altre verranno messe per prima o riprese verso la fine,
insomma, dovete ipotizzare la forma che volete dare al testo. Una volta
pronta la scaletta potete scrivere il vostro tema senza il rischio di
tralasciare concetti o di scriverli in modo confuso. Mi raccomando alla
presentazione, deve essere leggibile!
Questo discorso vale ovviamente per i due scritti. Per quanto riguarda lo
scritto sulla parte di metodologia, una cosa importante è quella di citare –
nel limite del possibile- degli esempi pratici che avete vissuto nel
tirocinio. Se per esempio vi verrà chiesto quali sono le fasi della
progettazione, cercate di ricordare se avete assistito o partecipato in
prima persona a dei progetti durante la vostra esperienza formativa o in
ambiti esterni alla scuola quali volontariato e via dicendo. Come sono state
applicati i concetti teorici da voi appresi? Quindi, nella scaletta che
farete mettete in ordine prima i concetti teorici ma badate a ricollegarli,
sempre nella misura del possibile, parallelamente con la vostra esperienza
diretta. Insomma, la cosa importante è che voi dimostriate che avete davvero
“appreso” i concetti essendo in grado di utilizzarli in modo pratico.
GLI
ORALI
Abbiamo
superato le prove scritte ed il nostro fegato ha retto la prova. Cosa ci
sarà di peggio nella vita? GLI ORALI. Ma anche qui, niente panico. Pensate
che uno di questi orali andrà a riprendere quello che avete già scritto per
cui è come sapere a priori la domanda. Quindi se durante lo scritto vi siete
accorti di essere un po’ impreparati su qualche punto o avevate dei dubbi,
andatevi a ripassare proprio quei concetti incerti. Riprendendo gli appunti
al riguardo, chiedendo ai compagni e confrontandovi sulle risposte altrui
potete arrivare all’esame con le idee molto chiare.
IL
CASO SCELTO A CASO
Ecco una
delle prove che –almeno per me- risultava più inquietante. La prima cosa
che ci viene in mente è: “Se mi chiedono come è fatto il modulo per la
richiesta della carrozzella di un invalido ed io ho fatto il mio tirocinio
al Ser.T che cosa dirò? Farò scena muta? TERRORE. Ci immaginiamo le domande
più ricercate e macabre o proprio quelle che non sappiamo per nulla. Ma
come dicevamo all’inizio, una specie di “trucco” potrebbe essere quello di
pensare che ci deve essere qualcosa nella professionalità dell’assistente
sociale che si occupa di handicap che l’accomuni a quello che lavora al
Ser.T o al CPS. Ed ecco che se io sono preparato sulla conoscenza di questo
“comune denominatore” posso essere in grado di “immaginarmi” con più
serenità in un qualunque tipo di servizio o caso mi venga proposto. Le
caratteristiche del processo di aiuto, i concetti di progettualità, di rete,
di empowerment… sono i medesimi in qualunque tipo di servizio l’assistente
sociale si trovi ad esercitare la sua professionalità. Le cornici
burocratiche ed organizzative peculiari di ogni istituzione, per quanto
importanti esse siano, non sono ciò che definiscono i contenuti
professionali . Se tenete presente questo, eviterete di cadere in una
importante trappola. Inoltre va ricordato che verrà valutato l’atteggiamento
professionale che avete di fronte agli utenti e non tanto le risposte in sé.
Quindi date molta attenzione a questioni come: La apertura all’accoglienza
delle domande e la non eccessiva fretta o ansia nel voler fornire le
risposte (non siete distributori automatici!), l’impostazione della
relazione d’aiuto, quanto tempo dedicate alla conoscenza e la comprensione
del problema. Di solito, quando si è sotto esame siamo abituati a ragionare
con la logica di domanda-risposta e si rischia di saltare proprio questa
fase esplorativa. Ma noi andremo a lavorare con persone ed ogni caso che
incontreremo sarà caratterizzato da spunti importantissimi che sono quelli
che lo rendono peculiare e diverso da qualunque altro. In questo senso, una
risposta possibile in una determinata circostanza potrebbe essere: “non
costruirei subito un progetto ma mi darei del tempo per capire meglio la
situazione ed andrei ad approfondire con la persona gli aspetti che ora
elencherò (…) e mi serve saperli per i seguenti motivi (…). Dimostrare
attenzione a queste cose, cercare nella persona stessa e nella sua rete -
attraverso lo stabilirsi di una relazione significativa - le risorse che
porta con sé insieme al suo bisogno, può risultare molto più efficace che
ipotizzare soluzioni irrealistiche e “da manuale”. In fondo, è proprio
questo margine di creatività, - supportato da un metodo di aiuto ben
conosciuto -, ciò che rende così affascinante la nostra professione.
Un grande in bocca al lupo ai futuri
colleghi!
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