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Martedì, 30 Novembre 1999 01:00

Chi è?

Scritto da  Antonio Lombardi
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di Antonio Lombardi

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"E adesso che faccio?", mi chiesi attardandomi all’uscio con le labbra serrate. Il quesito era solo apparente, in effetti avevo già deciso, fin dal momento in cui mi ero reso conto che non solo il campanello non funzionava, ma che la porta era solo socchiusa: "Entro!".

Iniziò così la mia più incredibile visita domiciliare.

Da indomito assistente sociale volevo ad ogni costo incontrare un signore che non avevo mai visto, e per il quale forse si prospettava un affidamento in prova in alternativa alla detenzione.

Dunque sospinsi prudentemente il battente e vidi, oltre la soglia, che l’ambiente era immerso in un buio fitto. Mi inoltrai.
Non vedevo assolutamente nulla, ma capii di essere in un corridoio stretto e lungo: la luce del mattino che filtrava dalla porta, ora semiaperta, era insufficiente ad illuminarlo.
Cominciai a tastare lungo le pareti che mi assediavano a destra e a sinistra, alla ricerca di un interruttore: niente! Nulla che somigliasse ad un pulsante, ad una manopola, a qualche cosa che mi liberasse dalla superficie liscia di quel sinistro budello. E’ incredibile il fatto che in una situazione così paradossale, e potenzialmente pericolosa, non mi abbia mai sfiorato il cervello un pensiero del tipo: "Forse è meglio se torno indietro!". Ero in uno stabile che aveva visto tempi migliori, in un appartamento di cui non sapevo assolutamente nulla: e se mi fossi ritrovato un cadavere tra i piedi? Questo lo pensai. Chissà poi perché in un corridoio oscuro e silenzioso ci debba essere necessariamente un cadavere disteso sul pavimento, magari con un coltello piantato nella schiena.

Ad ogni passo domandavo a voce alta: "Permesso?".

Silenzio.

Col cadavere che mi ronzava nella testa, proseguii; e finalmente le mie mani avvertirono qualcosa!

Fu la sinistra a toccare un’altra porta, e poi la sua maniglia. Bussai e insistetti con decisione: "Permesso?".

Una voce insicura dall’interno - mentre me ne stavo immerso nelle tenebre - si informò: "Chi è?".

"Sono l’assistente sociale", mormorai.

"Chi è?", ripeté la voce, che capii essere di una donna anziana.

"Sono l’assistente sociale", confermai più forte.

"Chi è?".

"Sono l’assistente sociale!", gridai; e feci forza sulla maniglia.

Questa volta la luce era accesa.

La prima cosa che percepii fu però l’odore. Un tanfo terribile di cibo rancido, di grasso colato e mai rimosso. Vi era come una stratificazione geologica che rivelava all’olfatto le ere alimentari di quella cucina senza finestre: l’età del ragù, quella del pane, poi quella delle salsicce, e infine quella contemporanea del caffè. Sì, dovevamo essere proprio nell’era del caffè, perché le pareti ne erano piene. Forse era scoppiata una caffettiera, forse se la erano lanciata addosso… non so, certo è che vedevo - finalmente vedevo - caffè dappertutto.

Naturalmente sulla destra trovai l’ennesima porta e udii la solita voce che, timorosa, insisteva: "Chi è?".

"Chi sono?", replicai a me stesso. E urlai con decisione ad entrambi gli interlocutori: "Sono l’assistente sociale!".

"Chi è?", si disperava la vecchia.

"Sono l’assistente sociale", feci attonito. Forse sarebbe stato meglio un cadavere in corridoio.

Abbrancai la maniglia e mi affacciai in camera da letto.

Quante volte ho raccontato questa storia ai colleghi, tante mi sono chiesto da dove far partire la descrizione: dal letto o dalla tazza? In effetti colpiva maggiormente la tazza (leggi: gabinetto), perché era collocata in una posizione che mi risultava insolita. Come fosse un comodino, ma libero, pulito, pronto all’uso. Che strane domande uno si pone in certe situazioni: in quel momento mi chiedevo se fosse semplicemente poggiata sul pavimento o collegata alla colonna fecale. Non l’ho mai saputo. Ma fu un inseguir pensieri che durò solo pochi istanti, poiché finalmente era svelato il mistero della voce.

In un letto a due piazze si sollevava a fatica una donna attempata ad una piazza e mezza. Aveva radi e bianchissimi capelli che appena sottolineavano il rosso vivido del volto: era sconvolta, quasi piangente, allarmata ed inquieta al vedermi.

"Chi è?", si dimenò.

Volli subito rassicurarla: "Sono l’assistente sociale"; e aggiunsi: "Ho appuntamento con suo figlio", azzardando così il legame esistente tra i due.

Mentre la signora si riprendeva, senza entrare ebbi modo di osservare meglio la camera, che non si discostava molto dall’altro vano quanto ad ordine e pulizia.

"Non c’è, ha portato fuori il cane", biascicò più tranquilla.
Ormai sapeva che ero l’assistente sociale, constatai felice.

Sulle prime non feci tanto caso alla parola "cane", ma il tempo trascorso in questa beata incoscienza fu breve. Alle mie spalle vi fu un rapido sommovimento: passi e abbaiar di cane appunto.

Lo adocchiai appena, e lo sentii invece benissimo mentre stringeva la mia caviglia fra i denti. Me ne liberai - o fu lui a liberarsi di me - e scoprii un piccolo cagnolino, nervoso e agitato che abbaiava e mostrava i canini aguzzi. Il padrone, un omone alto e largo, un armadio, un guardaroba vivente, si affrettò a scacciarlo verso la camera da letto richiudendogli la porta dietro alle zampe.

"Chi è?", ovviamente mi interrogò.

"Sono l’assistente sociale, dovrei disinfettarmi la caviglia", come se fossi andato lì precisamente per quel motivo.

Il brav’uomo annuì, si scusò per il ritardo, e disse qualche parola per rassicurarmi e giustificare la bestiola.

"Ci vorrebbero alcol e ovatta", insistetti.

"Alcol e ovatta..." , ripeté. "Non ne ho!", soggiunse cigolando con rammarico.

Entrò in scena il giovane che l’accompagnava e che in quei concitati momenti se ne era rimasto in disparte: "Lo vado a prendere io a casa", si offrì generoso. Era un vicino.

Corse trafelato e tornò senza indugio coi suoi trofei: una mezza bottiglia di alcol etilico e quel che restava di un pacco di cotone idrofilo.

"Faccio io, grazie", mi sostituii al guardaroba che, magnanimo e benevolo, voleva medicarmi con le sue ampie mani, due ante non proprio linde.

Mi detti da fare, mentre sentivo il pernicioso animale ringhiare e raspare dietro alla porta dell’altra stanza.

"E’ tanto buono", tesseva le lodi del cagnolino l’omone, "non fa mai così", precisò.

"Tranne che con gli assistenti sociali...", pensai.

Una volta ripristinato nel mio assetto ottimale, mi fermai a parlargli in cucina. Quell’uomo era molto disponibile, ispirava simpatia. Rafforzò in me l’idea che le cose migliori si incontrano dove troppo raramente si pensa di poterle trovare. Nel corso del colloquio mi confermò che la veneranda signora era la madre.

"E’ un po’ sorda", avvertì candido.

"Me ne sono accorto", sorrisi dentro di me.

 

Letto 3390 volte Ultima modifica il Venerdì, 17 Novembre 2017 22:55

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