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di Emanuele Ranci Ortigosa - Irs, Milano ![]() l'articolo è tratto dal numero speciale 20-22/00 di Prospettive Sociali e Sanitarie Quindicinale dellIstituto per la Ricerca Sociale ed è pubblicato per gentile concessione della rivista (per informazioni è possibile contattare la redazione al numero: 02.46764276) http://www.irs-online.it/pubbli/prospet.htm Da più parti si è detto che questa legge di riforma sostituisce finalmente una normativa di più di un secolo fa. Dagli anni '60 abbiamo assistito a decine di progetti e di comitati parlamentari che si sono succeduti e sono immancabilmente decaduti, per fine anticipata o normale delle diverse legislature. L'approvazione della riforma è quindi un fatto storico, nel senso proprio, non enfatico e celebrativo, dell'espressione. E' allora opportuno contestualizzare la legge di riforma nella evoluzione e nelle tendenze delle politiche e dei servizi sociali nel nostro paese, per offrire, accanto agli interventi sui contenuti specifici e a quelli degli amministratori, ulteriori elementi di lettura e valutazione. E' quanto mi impegno di fare ora con questo mio scritto. L'impatto della globalizzazione Il passaggio di millennio che stiamo vivendo avviene nell'era della globalizzazione, era di fantastiche innovazioni e cambiamenti, ma anche era di competizione e di crescente disuguaglianza, frutto di un processo mondiale che appare tanto travolgente da indurre senso di stupore e di impotenza a mettere in discussione anche solo alcune delle sue dimensioni. Eppure non possiamo non osservare che fra povertà e ricchezza la polarizzazione è assai elevata tanto nel mondo (il 20% più ricco della popolazione gode di un reddito 150 volte maggiore del 20% più povero) che all'interno dei diversi paesi (in 20 anni negli Usa il rapporto fra retribuzione di un operaio e di un dirigente è decuplicato: ora è di 1 a 419). La concentrazione di bisogni che si chiama povertà e l'iniquità nella soddisfazione dei bisogni che si chiama disuguaglianza, in questi ultimi anni non sono state affrontate e ridotte. Tutt'altro. Ad una fase precedente di graduale riduzione, è seguita infatti nell'ultimo "quarto di secolo" una divaricazione crescente, verificabile tanto se si misurano le disuguaglianze in termini di reddito pro capite, come se le si misurano in termini di sviluppo e povertà umana, utilizzando, sulla base dei lavori di Amartya Sen, indicatori più complessi che combinano livelli medi di reddito e relativa distribuzione sociale, speranza di vita, alfabetizzazione e scolarizzazione, livelli e permanenza nell'occupazione. Fra le tante componenti della globalizzazione voglio qui richiamare quelle che hanno più diretto impatto sui sistemi di Welfare, perché mettono in crisi alcune loro "condizioni" essenziali: · l'internalizzazione dei mercati e degli attori ha ridotto la capacità dello Stato nazionale di controllare i fattori che avevano consentito di realizzare contemporaneamente crescita economica e redistribuzione sociale del reddito, negoziata fra le parti sociali con la mediazione delle istituzioni. Sotto questo profilo l'esperienza del Welfare è senza precedenti nella storia, e la competizione internazionale la mette in crisi, anche riducendo le risorse disponibili; · l'apertura dei mercati e la mobilità delle risorse, anche umane, unite allo sviluppo tecnologico pregiudicano i livelli di occupazione e portano ad una precarizzazione dei rapporti di lavoro. Allo stesso tempo attivano processi migratori accelerati anche verso paesi che come l'Italia non li conoscevano; · il cambiamento etico e culturale, con la caduta di finalità comuni ad aggregazioni sociali solidali nel perseguirle; con l'assolutizzazione della concorrenza e del mercato come sistemi ottimali di allocazione delle risorse ai fini della crescita economica; con l'enfatizzazione dell'individualismo, del localismo, del corporativismo. La società si frammenta, si individualizza, tende ad assicurare sempre meno garanzie, e invece a rimettere tutto in gioco, in un sistema di competizione diffusa e continua. Cambiano popolazione e bisogni Contemporaneamente ai processi richiamati si verificano forti mutamenti nella struttura demografica: la speranza di vita alla nascita in Italia è fra le più alte del mondo, specialmente per le donne; la vita media si allunga; cade invece la natalità: i 2,4 figli per donna in pochi anni si riducono a 1,2, contro una media CEE di 1,5. Il nostro tasso di fertilità è ora fra i più bassi del mondo. L'invecchiamento incide ovviamente sull'entità della quota di popolazione attiva, con la conseguente riduzione della disponibilità di risorse per il finanziamento delle politiche di protezione sociale. E questo proprio quando la domanda di servizi e prestazioni cresce in quantità e qualità, anche per la minor capacità della famiglia di continuare a svolgere il suo ruolo tradizionale: la soddisfazione dei bisogni dei suoi membri. Il Welfare italiano ha sempre affidato alla famiglia, e in particolare alle donne della famiglia, pesanti funzioni assistenziali di accompagnamento e cura di anziani e di minori; di fronteggiamento di emergenze e di difficoltà congiunturali determinate dal verificarsi di eventi destabilizzanti; di mediazione verso altri soggetti, per l'acquisizione di risorse e servizi. I mutamenti ricordati, insieme ad altri (aumento del tasso di occupazione femminile, più frequenti crisi dei rapporti coniugali con separazioni e divorzi, ecc.), pregiudicano la possibilità che le famiglie continuino a svolgerle in modo adeguato, e con oneri sopportabili. Il Welfare va in affanno L'impatto della globalizzazione e dell'evoluzione demografica sul Welfare è in Italia particolarmente duro per la rapidità dei mutamenti e per la permanenza di storici problemi di sviluppo insoluti (occupazione e Mezzogiorno), e per una particolare limitatezza delle risorse disponibili, grazie al debito pubblico accumulato negli anni '80 e primi '90. Il nostro Welfare si presenta inoltre a questa storica verifica con ben noti ritardi e limiti, frutto sia di uno sviluppo economico e produttivo ritardato rispetto agli altri grandi paesi europei, che della nostra storia sociale e politica. Anche negli anni '50 e '60, quando lo sviluppo accelerato rendeva disponibili significative risorse aggiuntive, non furono realizzate le necessarie riforme sociali e, quando, anche a seguito di forti lotte sociali, finalmente il processo riformatore si avviò, dovette subito fare i conti con la globalizzazione, il mutamento demografico e dei bisogni, il crescente vincolo della spesa pubblica, che condizionarono e limitarono fortemente la costruzione di un Welfare più maturo. Da qui i perduranti limiti familistici, come scarico sulla famiglia di molti oneri assistenziali senza corrispondenti sostegni; la scarsa equità, come non offerta di risposte equivalenti a bisogni analoghi, con penalizzazione di certe aree problematiche (famiglia, minori, giovani, disoccupati, senza casa) e di certe aree geografiche, sottodotate per quantità e qualità dei servizi; il carattere assistenzialistico, evidenziato dall'entità delle risorse assorbite in meri trasferimenti monetari, categoriali, non universalistici, non accompagnati da interventi di sostegno e promozione sociale; il complementare centralismo, perché ministeri ed enti assistenziali gestiscono le grandi risorse destinate ai trasferimenti monetari, mentre agli enti locali rimane una modestissima quota di risorse dedicate alla realizzazione di servizi e di azioni di sviluppo sociale; infine la concentrazione sull'ente pubblico di responsabilità e funzioni sproporzionate alle sue risorse e capacità. Si scopre il sociale L'attenzione e il coinvolgimento del terzo settore è infatti relativamente recente ed è avvenuta su ragioni di risparmio, riduttive e quindi ambivalenti. A sua volta il terzo settore, pur dopo una recente fase di sviluppo accelerato, ancora si presenta con una dimensione decisamente inferiore a quella che ha raggiunto negli altri paesi dell'Europa centro settentrionale, per non dire degli Stati Uniti. Anch'esso registra infatti, in Italia, ritardi nel suo sviluppo dovuti a fattori in parte analoghi a quelli richiamati a illustrazione del generale ritardo delle nostre politiche di Welfare: tardivo sviluppo economico produttivo; sistema giuridico dualistico con supremazia della pubblica amministrazione; sistemi istituzionali e classe dirigente liberale e poi fascista fortemente statualisti e centralisti; forti fratture ideologiche e politiche. Tutto questo ha reso più difficile e lento lo sviluppo delle autonomie sia istituzionali (enti locali) che sociali (terzo settore) e solo negli ultimi lustri si è aperto spazio di crescita e valorizzazione per le iniziative e le imprese sociali (volontariato, cooperazione, associazionismo, fondazioni). L'apertura al sociale ha concorso comunque a correggere alcuni seri limiti qualitativi del nostro Welfare anche in ordine ad una lettura dei bisogni più attenta, aperta all'ascolto, problematica, interattiva, e che superasse le riduzioni amministrative e professionali che evidenziano i loro gravi limiti soprattutto in una fase, come l'attuale, in cui la società tradizionale entra in crisi per processi di evoluzione accelerata. Si propongono nuovi bisogni e nuove concezioni del benessere, della salute, della qualità della vita, anche nelle sue componenti relazioni e sociali, che il sistema istituzionale e organizzativo si rivela inadeguato a comprendere, e ancor più a soddisfare, mobilitando e organizzando tutte le risorse presenti e disponibili. Traiettorie di emarginazione Per quanto riguarda le situazioni di bisogno, la quantificazione ed analisi di quello conclamato avviene tradizionalmente in termini di povertà, relativa e assoluta. Sappiamo così che le famiglie sotto la soglia di povertà relativa (metà del reddito medio) sono 2.600.000, pari all'11% delle famiglie italiane, per una popolazione di 7.500.000 unità, pari al 13,1% della popolazione totale; che la distribuzione della povertà è molto disomogenea territorialmente, collocandosi al Nord al 5%, in tendenziale riduzione; al centro al 9,3%, in tendenziale crescita; al Sud al 25,1%, sostanzialmente stabile negli ultimi tre anni; che al Nord è forte la presenza di anziani soli, al Sud quella di famiglie monogenitoriali, ovunque quella delle famiglie numerose (pari al 23% di quelle con 5 e più membri). Possiamo anche analizzare le famiglie povere per condizione occupazionale, livello di scolarizzazione, sesso, età della persona di riferimento. La categoria della povertà, sia relativa che assoluta, ci offre quindi i vantaggi di una facile misurabilità. E' però inadeguata a discernere le diversità di significato e condizione delle varie configurazioni che la condizione di povertà assume. Per questo va posta crescente attenzione alla categoria della esclusione sociale, per cogliere la dimensione dinamica e temporale del bisogno, vedere attraverso quale percorso si perviene a una situazione di esclusione e povertà, a partire da quale contesto e a seguito di quale successione di eventi. L'esclusione risulta da un processo che vede il cumularsi di eventi e circostanze che si risolvono in uno stato di isolamento e di estraniazione che, per l'incapacità di reazione, dura nel tempo interessando anche più generazioni. Si possono individuare tre ambiti sociali in cui l'esclusione generalmente si produce: · quello della reciprocità e della socialità, per l'indebolimento delle famiglie, l'invecchiamento, l'individualismo, e i conseguenti esiti di isolamento e solitudine; · quello del lavoro, come fattore non solo di reddito, ma anche di costruzione e riconoscimento di un ruolo sociale e di una identità individuale. Non solo la disoccupazione cronica, ma anche l'instabilità e la precarizzazione occupazionale, e la variabilità della retribuzione sono fattori di rischio in ordine ad un percorso di esclusione; · quello del Welfare, ossia dei rapporti con i servizi, che presentano forti problemi di accessibilità sociale e culturale, per ragioni di significatività e appropriatezza verso i bisogni e le strategie dell'utente, sia attuale che potenziale, e che richiedono quindi più attenzione alla comunicazione delle informazioni, alle relazioni con l'utente, all'integrazione degli interventi in funzione dei destinatari. E' facile vedere che questi ambiti corrispondono ad aree di crisi della struttura sociale: il sistema familiare, il sistema occupazionale, il sistema culturale e relazionale, il sistema di Welfare. L'utente gioca sue strategie Nella lettura dell'esclusione occorre porre attenzione al soggetto, persona o famiglia, le cui risorse e strategie di fronteggiamento del bisogno risultano decisive in ordine all'esito. Abbiamo insomma a che fare con tre fattori che interagiscono fra di loro. ![]() Nelle condizioni di partenza figurano le risorse (materiali e immateriali), la capacità di mobilitarle e utilizzarle, insomma il grado di autonomia iniziale del nucleo familiare. L'impatto degli eventi dipende dalla loro quantità, ma anche dalla loro intensità e dal ritmo con cui si propongono. Le strategie familiari evidenziano la capacità di riorganizzare ruoli e rapporti interni a fronte di eventi critici sopravvenuti, e la capacità di accedere a risorse esterne (rete familiare, vicinale, servizi), largamente dipendente dai modelli culturali di riferimento e dalla flessibilità o rigidità dei ruoli, in particolare di quelli di genere. Le strategie di accesso e utilizzo delle risorse possono addossare tutti gli oneri sul solo nucleo coniugale, assumendo carattere implosivo, come accade in genere alle famiglie molto isolate; o rivolgersi alla famiglia estesa; o utilizzare altre reti informali di sostegno (amici, vicini); o rivolgersi alla rete dei servizi istituzionali; o infine comprare servizi sul mercato, con costi economici anche pesanti. L'attenzione alle strategie d'uso è cruciale. Politiche e servizi che si propongono come "attivi" e che vogliono risultare efficaci, devono essere attente alle strategie d'uso del destinatario per intercettarlo, avviare un rapporto, farsi da lui comprendere e accettare, stimolarne le competenze e le risorse, sollecitarne la responsabilizzazione. Sono le politiche e i servizi che devono adeguarsi alla sensibilità, alla cultura, ai codici d'uso, alle strategie di vita del loro target, gruppo di popolazione o utente singolo. Perché se il servizio parla un diverso linguaggio e utilizza altri codici, l'incontro non si realizza. Per esempio, razionalità e progettualità spesso non appartengono a chi si trova in situazione di disagio e marginalità; il servizio non può quindi porle come precondizioni di accesso, anche se può cercare di stimolarle, assumendole come obiettivo. Il problema dell'accessibilità, non solo fisica, ma sociale e culturale ai servizi, è quindi cruciale. Come cruciale è l'attenzione a tutte le possibili risorse, interne ed esterne alla persona, al nucleo familiare, al gruppo di popolazione, che vanno individuate e interconnesse, per la costruzione di una rete effettiva. L'attenzione sul normale disagio Questo approccio va sviluppato nei confronti dell'esclusione conclamata, dove vari fattori e patologie sociali si cumulano, con pesantissimi effetti. Ma va assunto, in termini appropriati, anche nei confronti di situazioni di disagio diffuso: anziani soli e senza riferimenti protettivi; persone in difficoltà psicologiche e relazionali, che possono anche avere un lavoro, ma che per il resto vivono in isolamento; adolescenti e giovani poveri di progettualità e obiettivi, che non riescono a chiarire le loro aspirazioni, a definirsi delle mete, che non sanno insomma cosa fare. In una recente ricerca più della metà del campione giovanile studiato evidenzia tale disorientamento. Scrive su queste pagine l'on. Turco "Oggi la vita delle persone è meno lineare e prevedibile … tutti i cittadini possono avere bisogni di aiuto in certi momenti della vita. E quindi, se l'obiettivo è la promozione del benessere e della coesione sociale, le politiche sociali devono essere politiche di aiuto alla normalità della vita delle persone, e non solo politiche che aiutano le situazioni di crisi e di disagio". Naturalmente anche il "normale disagio" si propone e viene vissuto e affrontato con forti diseguaglianze a seconda dello status socio economico e il livello culturale e relazionale della famiglia, che, per esempio, per adolescenti e giovani incide sull'interruzione o meno degli studi, sulle bocciature, sulle credenziali educative e formative spendibili sul mercato. Assistenza, prevenzione, promozione Queste possibili riletture del bisogno e del rischio sociale portano ad assumere la crisi del Welfare e delle politiche sociali come opportunità di innovazione e di "riforma". Schematizzerei le tendenze di evoluzione e sviluppo delle politiche sociali nel nostro paese in questi termini. ![]() Lo schema evidenzia prevalenze e innovazioni e, nelle sequenze in verticale, non vuole certo indicare abbandono di quanto precedentemente trattato, ma allargamento e maturazione, e possibili integrazioni con le focalizzazioni conseguenti e gli approcci successivi. Come esempi recenti di questa evoluzione si possono richiamare la l. 285/98 per l'infanzia e l'adolescenza e il reddito minimo di inserimento (RMI). RMI e l. 285/97 La sperimentazione del RMI in 39 Comuni ha introdotto una erogazione monetaria a carattere universale per ogni situazione familiare di povertà ed emarginazione (prima potevano provvedervi i Comuni, a loro discrezionalità), e lo ha vincolato alla progettazione di un percorso di inserimento sociale o lavorativo per i membri della famiglia che ne abbisognano, percorso negoziato con i beneficiari che devono impegnarsi a rispettare gli impegni assunti. L'intervento assistenziale (erogazione monetaria) assume così carattere universalistico e si integra con elementi innovativi e promozionali (il progetto di inserimento). A sua volta la l. 285/98, per l'infanzia e l'adolescenza, chiama le istituzioni ad accompagnare e sostenere le famiglie nelle loro funzioni genitoriali, per potenziare le possibilità di sana evoluzione e quindi di benessere delle nuove generazioni. L'attenzione non è solo sui "casi" problematici o a rischio, ma per il sostegno diffuso delle nuove generazioni in una crescita oggi critica. L'approccio è quindi preventivo e anche promozionale, perché sottolinea l'esigenza di attivazione e coinvolgimento degli stessi destinatari, offrendo spazi e sostegno alle loro esperienze aggregative. I diversi livelli istituzionali devono predisporre piani territoriali, per la promozione e il finanziamento di progetti e interventi, costruiti insieme ai soggetti del sociale. Le esperienze del RMI e della l. 285/98, nella loro prima attuazione, sono ben lungi dal conseguire livelli funzionali e qualitativi adeguati alla previsione normativa. Dato che questo era scontato, è allora l'importante valutare se, nelle situazioni, più o meno avanzate o arretrate, si attuano processi sia pur lenti di innovazione e sviluppo, nelle culture e nelle pratiche istituzionali, professionali e sociali. Quando ci si muove verso logiche e azioni di prevenzione e di promozione, occorre essere consapevoli che nei campi del sociale la causalità lineare ha poco spazio, perché i fenomeni e i processi sono per lo più multidimensionali e complessi. Le "azioni" possono allora proporre opportunità e stimoli, vicinanze relazionali, interazioni potenzialmente significative e puntare così al coinvolgimento dei destinatari, per valorizzare spazi e attivare risorse. Una vasta condivisione e partecipazione dei diversi attori è infatti cruciale per valorizzare e sviluppare effettivamente strategie di rete, tanto a livello di comunicazione che di operante solidarietà. Modalità partecipative possono consentire infatti l'apporto dei diversi soggetti nella lettura del bisogno e nella conseguente declinazione delle strategie/azioni di risposta e intervento, e possono così favorire da un lato un processo di riconoscimento, espressione e anche organizzazione della domanda; dall'altro una collaborazione e integrazione operativa fra risorse e ruoli; infine una valorizzazione degli attori ai fini della verifica e della validazione di strategie e di interventi. Grande innovazione Le linee di forza dell'innovazione nelle politiche sociali potrebbero essere così sintetizzate: - dal portatore di un bisogno specifico, alla persona nella sua completezza, e quindi anche nelle sue risorse e nel suo contesto familiare e territoriale; - dalla prestazione disarticolata, al progetto, al percorso accompagnato; - dalle erogazioni monetarie, che fronteggiano la sola priorità economica, all'intervento dei servizi, a fronte di un bisogno letto nella sua complessità, alla progettazione dell'inserimento, che risponde anche alla esigenza di identità e di autostima; - dall'assistenza, alla prevenzione, alla promozione, con progressiva attenzione, quindi, ai nuovi bisogni; - e quindi dall'attenzione ai soli casi conclamati, all'attenzione alle situazioni e aree a rischio fino alla considerazione del "normale" disagio diffuso; - dalla centralità del servizio, o del professionista, alla centralità dell'utente con i suoi bisogni, le sue domande, i suoi codici e le sue strategie; - dall'azione diretta dell'ente pubblico, alla regia dell'ente pubblico in una pluralità di attori, alla costruzione della rete per la lettura e la risposta ai bisogni. Ogni passaggio della sequenza non significa abbandono del livello precedente, ma allargamento e approfondimento in direzione di valori obiettivo di qualità erogata e percepita e di equità, in funzione degli utenti e della popolazione. La centralità del territorio Tali orientamenti convergono nell'indicare nel territorio e nella comunità locale la dimensione cruciale per la definizione e implementazione delle politiche sociali. Sul territorio possono essere letti i bisogni nel loro emergere e nelle loro caratteristiche specifiche, sul territorio si può unire al momento assistenziale la progettazione dell'inserimento, sul territorio l'ente pubblico può coinvolgere le esperienze sociali e presentare un'immagine amichevole alla popolazione, per favorire relazioni significative fra servizi ed utenza. La nuova cultura e le nuove politiche sociali hanno premesse e condizioni a livelli nazionali e regionali, ma si sostanziano sul territorio tramite il concreto operare delle istituzioni e delle altre aggregazioni. La responsabilizzazione dell'ente locale, adeguatamente sostenuta e accompagnata, è quindi decisiva. Come è decisivo che l'ente locale, per possedere le competenze e le risorse necessarie a vincere questa sfida si presenti in una dimensione adeguata, che le varie riforme delle autonomie non hanno purtroppo ancora assicurato, con sprechi di potenzialità e danno delle popolazioni. Il territorio è il luogo della comunità locale, nelle sue diverse espressioni sociali, culturali, istituzionali. Rispetto alle quali vanno contrastate ideologizzazioni dualistiche, che tendono a contrapporre comunità ed ente locale, idealizzando la prima come ambito di creatività e generosità e contrapponendole al burocraticismo del secondo. Generalmente fra una società e le sue espressioni istituzionali si riscontrano forti corrispondenze ed analogie, e comunque le seconde hanno una specifica legittimazione democratica periodicamente verificata. Vale quindi andare oltre queste logiche per stimolare nella società, nelle sue aggregazioni, nelle sue espressioni anche istituzionali le energie e le risorse più aperte e costruttive, agevolando fra di esse dialogo e collaborazione, perché l'intera comunità maturi sensibilità ai problemi di emarginazione, di benessere, di socializzazione, se ne faccia carico, sviluppi, come auspica l'art. 1 della legge 328/2000, partecipazione attiva e solidarietà sociale, valorizzando le iniziative delle persone e dei nuclei familiari, le forme di auto aiuto e la solidarietà organizzata espressa dagli enti pubblici come dal terzo settore. L. 285/97 e l. 328/00 La legge 285/97 ha potuto esprimere la carica fortemente innovativa che ho prima evidenziato perché è intervenuta intelligentemente con finanziamenti freschi e aggiuntivi, su un terreno ancora sostanzialmente poco abitato, ma in crescente esposizione, che attiva un privato sociale giovane e innovativo. La legge 328/00 interviene con risorse nazionali aggiuntive limitate rispetto all'insieme, su un terreno già fortemente strutturato e presidiato, ad egemonizzare il quale concorrono comuni, Ipab, Asl, regioni, per la parte pubblica, accanto a un privato sociale largamente di antica e consolidato insediamento, ma di non altrettanta dinamicità. Nel suo lungo travaglio parlamentare la riforma ha dovuto necessariamente fare i conti con questo dato, di materia e di contesto, oltre che con una conflittualità politica e parlamentare che in prossimità dei confronti elettorali (regionali e locali 2000 e nazionali e locali 2001) si faceva più duro e costringeva, per poter arrivare al traguardo dell'approvazione, a prudenze e mediazioni. Pur con tali difficoltà, la legge 328/00 si inserisce positivamente nelle tendenze evolutive della politica sociale che ho sintetizzato, con una funzione di riordino e aggiornamento delle responsabilità e delle modalità programmatorie e gestionali; con l'introduzione di alcuni istituti universalistici nei confronti delle situazioni di accentuato bisogno (famiglie povere o emarginate, non autosufficienti, ecc.) che debbono però ancora essere realmente implementati e generalizzati; con il riconoscimento e la valorizzazione delle esperienze del privato sociale e più generalmente delle diverse presenze sociali, evidenziandole come attori di un processo partecipativo di riconoscimento dei problemi e di progettazione delle risposte e come nodi della rete territoriale integrata di protezione e promozione sociale; con il riordino che auspico coraggioso e coerente degli emolumenti sociali; con un percorso di chiarimento della natura e delle prospettive di azione delle Ipab; con l'introduzione della Carta dei servizi ed altro ancora per cui rinvio alla legge e agli scritti specifici di questo fascicolo. Risorse limitate Un ulteriore limite alla strategia di incentivazione economica è posto dalla esiguità delle risorse disponibili. Il fondo sociale è stato accresciuto, ma in misura inadeguata ad attivare gli istituti che la legge prevede. Valga anche qui l'esempio sconcertante del RMI che, dopo due anni di sperimentazione, invece della prevista generalizzazione dopo la verifica e l'eventuale correzione, viene quasi rimandato al punto di partenza, con una estensione quasi solo simbolica, oltre che discutibile nei suoi criteri. Sulla circoscritta quota di risorse aggiuntive destinabili al sociale in senso lato, si è acceso un confronto di priorità fra introduzione del reddito minimo e riforma degli ammortizzatori sociali, nel quale questi ultimi hanno avuto la meglio. Il RMI rimane "ibernato" e incontrerà difficoltà a sopravvivere, per ben quattro anni. E' accettabile per gli abitanti poveri dei quartieri o dei comuni vicini a quelli in cui si erogano i benefici monetari e di inserimento "guardare ma non toccare", dato che non possono cioè accedere ad analoghi benefici, senza ribellarsi? Questi ed altri limitano, gettano purtroppo ombre su una legge di riforma che ha il grande merito di mettere in luce e di affrontare nodi cronici del nostro sistema assistenziale, quali, per esemplificare, la configurazione della spesa, centrata su erogazioni monetarie centralistiche e su logiche corporative, la frammentazione e la conseguente impotenza operativa dei Comuni che la riforma delle autonomie non ha superato, la secolare ambiguità delle Ipab. Nodi evidenti e in parte ancora da attaccare e risolvere con i previsti provvedimenti attuativi, che se faranno sul serio, non avranno neppure essi facile via libera. Una messaggio e la verifica dei fatti Concludo con due ultime osservazioni: la riforma di una materia disciplinata più di un secolo fa, a lungo attesa, che riconosce e cerca di fronteggiare e gestire l'emergenza di nuovi bisogni, ha comunque un impatto simbolico e culturale che amministratori, operatori, associazioni, volontari dovrebbero valorizzare per riproporre con forza la questione sociale nei diversi livelli e contesti. Ma a fronte di leggi e di piani sono solito sempre ricordare, e anche in questa occasione lo ripeto, che la loro bontà e validità è provata o negata da quel che in seguito ad essa, accade, o non accade. Un atto politico non è l'occasione per esporre belle intenzioni, ma uno strumento per rispondere a bisogni e problemi di rilevanza collettiva introducendo effettivamente cambiamenti e risposte reali. Questa sfida sulla l. 328/2000 è già in atto e la si sta giocando nei suoi fondamentali passi iniziali e nelle strette scadenze che la legge stessa indica per molti provvedimenti attuativi, e per il primo piano sociale. |