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Il centralismo "mina" la legge sull'assistenza

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Il commento di Giorgio Vittadini
Presidente della Compagnia delle Opere

 


Lo scorso 18 ottobre il Senato ha approvato la legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali. Una riforma che vorrebbe attuare nel welfare la sussidiarietà, appena introdotta nella Costituzione.

La legge contiene infatti importanti novità: si riconosce la particolarità di queste prestazioni, rispetto sia alla tipologia dei soggetti coinvolti, sia alla modalità di affidamento dei servizi. Si concede un timido riconoscimento alla funzione pubblica del privato sociale, stabilendo che alla gestione dei servizi provvedano anche Onlus, cooperative sociali e altri privati, come soggetti attivi nella progettazione e nella realizzazione degli interventi (articolo 1, comma 5). I Comuni potranno autorizzare la sperimentazione di servizi innovativi, capaci di rispondere ai bisogni della comunità (articolo 11, comma 4). Si riconosce il ruolo della famiglia e dell’associazionismo familiare nel sistema dei servizi sociali (articolo 16). Inoltre, sull’esempio del buono-scuola lombardo, viene introdotto il "buono assistenza", che il cittadino potrà utilizzare presso una struttura pubblica o privata per accedere ai servizi (articolo 17).

Le battaglie condotte in questi anni per vedere affermata la sussidiarietà, come la petizione al Parlamento e la raccolta di un milione di firme promosse dalle principali formazioni sociali, non sono quindi state inutili: una legge statale stabilisce che è "pubblico" anche il servizio gestito da un ente non statale, in quanto ne riconosce la pubblica utilità. Su questi elementi positivi sarà comunque opportuno far leva per limitare il rischio di un’attuazione in chiave centralista della nuova legge, come alcuni aspetti contraddittori lasciano intendere.

Sembra infatti che il benessere sociale sia materia esclusiva di competenza e attività dello Stato, senza accenni ai corpi intermedi (articolo 1, comma 1). Si è persa così un’occasione per favorire il passaggio, richiamato anche da Amato, dal welfare State alla welfare Community. Che poi sarebbe un "ritorno", visto che da sei secoli in Italia il benessere l’ha costruito chi, ben prima dello Stato, ha realizzato ospedali, istituti di assistenza, scuole, università, imprese, banche. Pure la programmazione e l’organizzazione dell’intero sistema sono conferite in via quasi esclusiva a Stato, regioni ed enti locali, secondo un principio di sussidiarietà verticale (articolo 1, comma 3). Invece, nel testo di legge originario uscito dalla commissione Affari sociali della Camera, anche i privati partecipavano alle scelte programmatiche. Ricalca poi una situazione già esistente l’affidamento della gestione dei servizi ai soggetti pubblici, cui si aggiungono le organizzazioni del privato sociale, non in modo autonomo — e questa sarebbe la vera sussidiarietà orizzontale — ma in concertazione con la pubblica amministrazione (articolo 1, comma 5).

Ma il punto critico della legge riguarda le modalità applicative: la regolamentazione è affidata a decreti del Governo centrale, che rimane il vero arbitro "politico" della fase attuativa. Gli esempi non mancano: la norma relativa alla delega sulle Ipab (gli istituti nati nel solco della dottrina sociale della Chiesa) lascia al Governo un enorme margine decisionale (articolo 10). Il ruolo delle regioni è limitato all’integrazione delle politiche sociosanitarie, d’istruzione e del lavoro (articolo 18, comma 6). Per gli interventi in materia di povertà (40 miliardi per il 2001-2002), spetta al Governo fissare criteri, modalità di finanziamento e ambiti territoriali prioritari (articolo 28, comma 1). Infine, il meccanismo di gestione del Fondo per le politiche sociali viene sì trasferito alle regioni, ma in modo rigido e predeterminato (articolo 20, comma 5 e seguenti).

Alle amministrazioni locali tocca allora il compito di attuare la riforma per far emergere le risorse più vitali e creative della società, nella logica di una sussidiarietà reale e coerentemente applicata.

(Il sole 24 ore, 16 novembre 2000)



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