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La riforma sul sistema di assistenza.

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http://www.sunrise.it/ceis/avs/passapar/pp04_99/legge_assistenza.htm


di Don Gigetto De Bortoli

La riforma del sistema d'assistenza attraverso un unico fondo nazionale. L'incontro con l'On. Fioroni, presidente della Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati

ottobre 1999

Nell’ultima settimana di settembre, i lavori del Parlamento prevedevano l’esame e l’approvazione della "legge quadro" sull’assistenza. Riformerà tutta l’area dei servizi sociali, come è stato fatto due mesi fa per la legge sulla sanità.
In un incontro specifico a Viterbo, martedì 21 settembre scorso, l’on. Fioroni, relatore della legge e presidente della commissione Affari Sociali della Camera, ha illustrato agli oltre 50 presidenti della Federazione Italiana delle Comunità Terapeutiche (Fict), il peso e il senso della riforma dell’assistenza.
Tre gli obiettivi che la nuova legge quadro si propone di raggiungere:
1) Fissare un unico fondo nazionale, dotato di apposito capitolo di finanziamento e di una unica autorità erogante. Eliminata l’attuale giungla di enti e istituti che intervengono in maniera non solo disordinata, ma inefficace sui bisogni reali di assistenza.
2) Sostituire l’attuale sistema di erogazione monetizzata di sussidi (pari all’80% della spesa) con una concreta filosofia d’intervento basata sui servizi, perché una rete di protezione sociale non può fermarsi a dare un aiuto in soldi e basta.
3) Valorizzare il principio della sussidiarietà, unito alla solidarietà nazionale, per cui il soggetto nel bisogno è garantito nei suoi diritti dal titolare delle risorse, che è lo Stato tramite il sistema dei Servizi Pubblici nell’area del sociale. Bersaglio: evitare lo scoglio del liberismo nel mercato sociale (vedi Usa) da una parte e la sussidiarietà mal intesa (qual è quella di affidare le risorse a qualche ente che fa affari senza controlli).
Fioroni ha precisato che lo Stato, tramite l’unico "fondo nazionale per l’assistenza", stabilirà le risorse, su un livello base di intervento, che sarà uguale per tutti i cittadini, da Aosta alla Sicilia e punterà non sulla cessione di assegni, ma sui servizi di sostegno.
Il sistema prevede netta distinzione con la Sanità e non potrà essere interfacciato con altri tipi di interventi portando a somme aggiuntive. Bensì sarà integrato, in termini di servizi.
Particolare risalto al ruolo della famiglia, che avrà una serie di risorse e strumenti da armonizzare in modo nuovo per realizzare assistenza concreta.
"Non le sembra che si tratti di solidarietà e sussidiarietà solo a parole, finché nei fatti il titolare dei diritti non è il cittadino nel bisogno, ma qualche ente di Stato?" ha sostenuto uno dei presidenti presenti all’incontro.
"Il diritto soggettivo e certo, - ha risposto Fioroni - garantito dalla Costituzione, è sempre e solo del cittadino, ma può essere garantito solo dall’ente gestore che ha la possibilità di fare accertamenti e controlli. E questo è l’Ente Pubblico, tramite i suoi servizi. L’Ente Pubblico deve essere in grado di valutare l’entità del servizio da erogare, che il servizio sia erogato e che il prodotto del servizio sia di qualità".
Fioroni ha mostrato nella risposta qualche difficoltà. Tradito in precedenza dal "lapsus freudiano" dello statalista? E’ stato sottoposto a un fuoco di fila di domande, perché troppo spesso il cittadino finora non ha avuto garanzie e si è scontrato in due gravissimi ostacoli: la burocrazia, che pone solo difficoltà e ostacoli (vedi la revisione dell’invalidità civile, con obbligo - imposto a persone incapaci di muoversi - di presentarsi perentoriamente all’ufficio, salvo perdere tutto!); molti servizi pubblici che sono nello stesso tempo enti gestori, erogatori di servizio in concorrenza con altri, e controllori, cosa anche eticamente inaccettabile. I problemi da risolvere sono proprio questi, ha detto Fioroni.
L’assistenza in Italia, fino a oggi, è stato quanto di più vago e complesso che si sia visto in ambito sociale. L’attuale disegno di legge quadro vorrebbe portare ordine.
I difetti principali da risolvere:
- la sua confusione, legislativa e pratica, con il sistema sanitario;
- l’innumerevole quantità di enti che potevano intervenire, impostare le pratiche, controllare, autorizzare o negare i sostegni, dal Comune al ministero degli Interni, dall’assistente sociale al medico della commissione di valutazione;
- la gestione autonoma, ente per ente, delle risorse disponibili per l’assistenza, senza coordinamento e parametri di riferimento base;
- la valutazione priva di criteri oggettivi e unitari, per cui in certe zone d’Italia un disagio costituiva invalidità, mentre in altre per niente anche se lo stesso disagio risultava cento volte superiore;
- pressoché esclusiva valutazione monetaria dell’assistenza, poi affidata alla famiglia per lo più, senza riferimento alla qualità dei servizi da erogare.
Per comprendere le differenze, basti pensare che l’invalidità del lavoro era valutata da commissioni specialistiche e assai esperte, mentre per l’invalidità civile il più delle volte le commissioni erano improvvisate e, sotto i profilo tecnico, guidate da medici alle prime armi e in cerca di lavoro.
La legge quadro vuole arrivare a un unico fondo e ad un’unica autorità di gestione, con unica indicazione dei parametri d’invalidità, unica verifica e unico controllo, sia della destinazione delle risorse che dei servizi previsti e forniti.
Il cambiamento delle mentalità sarà comunque duro, come si è visto per la riforma della sanità. Ma per l’assistenza sarà ancora più duro, in quanto le compromissioni e le confusioni hanno raggiunto limiti insostenibili da una parte, convenienze altrettanto inammissibili dall’altra.
Le difficoltà più grandi, dal nostro punto di vista (l’area delle dipendenze, collegata più alla sanità che al sociale, peraltro) sono le seguenti:
a) come cambiare la mentalità dei cittadini e degli enti da un’idea di "monetizzare l’invalidità/assistenza" a un’idea e pratica di "fornire servizi misurati sulla reale invalidità/bisogno di assistenza";
b) come applicare i principi di solidarietà (familiare e sociale) e sussidiarietà (valorizzare i cittadini stessi e le loro forme di intervento, o di partecipazione nella gestione e distribuzione di servizi);
c) come determinare l’indigenza o l’invalidità di base, valida per tutti, su cui far scattare la solidarietà sociale della "cittadinanza" espressa tramite lo Stato e regolata dalla legge;
d) come individuare le strutture e i servizi che applicheranno le risorse, a partire dalla famiglia, per passare attraverso le iniziative o servizi privati, quelle del privato/sociale, quelle del pubblico e quelle del volontariato; si tratta di rivoluzionare abitudini consolidate e anche procedure ormai stabili;
e) come costituire le unità di controllo che salvino il cittadino nel bisogno dallo sfruttamento del libero mercato e dalle trappole della burocrazia.
E’ chiaro che solo un serio regime di accreditamento, convenzione e assunzione di responsabilità dirette e contrattate può garantire il cittadino nella necessità di assistenza da qualsiasi sfruttamento e omissione.
Ma anche questo è solo un cambio di mentalità delle persone che si pongono in servizio degli altri, sia per motivi di lavoro che di autentica vocazione alla solidarietà, come i secoli hanno fatto vedere, in Italia più che all’estero.
Cambierà invece la mentalità degli italiani che vedono nell’assegno di assistenza una forma di "sostegno normale" nelle difficoltà economiche di sopravvivenza? Intere regioni italiane hanno scambiato qualche indice di invalidità, come la forma migliore per integrare fenomeni di disoccupazione e basso reddito quasi per il 50% dei cittadini.


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