SERVIZIO SOCIALE SU INTERNET

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Manifesto base per la campagna della riforma.

31/08/2000
http://www.cnca.it/manifesto.htm


documento promosso da: Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) Adiconsum (Associazione italiana difesa consumatori e ambiente) Agesci (Associazione guide e scouts cattolici italiani) Aias (Associazione italiana assistenza spastici) Aiasp (Associazione internazionale di amicizia e solidarietà con i popoli) Aibi (Associazione amici dei bambini) Aics (Associazione italiana cultura e sport) Aizo (Associazione Italiana zingari oggi) Ancst (Associazione nazionale coop. Servizi turismo - Lega Cooperative) Anffas (Associazione nazionale famiglie disabili intellettivi e relazionali) Aniep (Associazione nazionale invalidi esiti poliomielite) Anolf (Associazione nazionale oltre le frontiere) Anpas (Associazione nazionale pubbliche assistenze) Aon (Associazione obiettori nonviolenti) Arci (Associazione ricreativo culturale italiana) Associazione Antigone, Associazione Papa Giovanni XXIII, Associazione per la pace, Associazione Saman, Auser (Autogestione dei servizi e della solidarietà) Avulss (Associazione di volontariato nelle unità locali socio-sanitarie) Banca Popolare Etica, Beati i Costruttori di Pace, Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro) Chiama l’Africa, Cica (Coordinamento italiano case alloggio) Cilap (Coordinamento italiano lotta alla povertà) Cipsi (Coordinamento iniziative popolari di solidarietà internazionale) Cisl (Confederazione italiana sindacati lavoratori) Cittadinanza Attiva, Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) Cocis (Coordinamento o.n.g. per la cooperazione internazionale allo sviluppo) Compagnia di Gesù – Commissione apostolato sociale della Provincia d’Italia, Comunità Emmanuel , Conferenza delle Misericordie, Consorzio Etimos, Csi (Centro sportivo italiano) Ctg (Centro turistico giovanile) Dpi Italia (Disabled People’s International) Emmaus Italia, Evan (Ente volontariato anspi nazionale) Federazione Scs-Cnos (Centro nazionale opere salesiane) Federconsumatori, Fict (Federazione italiana comunità terapeutiche) Fish (Federazione italiana superamento handicap) Fitel (Federazione italiana tempo libero) Fivol (Fondazione italiana per il volontariato) Focsiv (Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontario) Fondazione Devoto, Fondazione Exodus, Fondazione Zancan, Intersos, Legambiente, Lila (Lega italiana lotta all’Aids)   Mac (Movimento apostolico ciechi) Manitese, Movi (Movimento volontariato italiano) Pax Christi, Seac (Coordinamento enti e associazioni di volontariato penitenziario) Società San Vincenzo de’ Paoli, Uil (Unione italiana del lavoro) Uildm (Unione italiana lotta alla distrofia muscolare)  Uisp (Unione italiana sport per tutti) Unasam (Unione nazionale associazioni salute mentale) Uneba (Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale) Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo)


PREMESSA

Per le organizzazioni impegnate nel sociale è arrivato il momento di chiarire la propria funzione all’interno del sistema di sicurezza sociale italiano.

Sperimentiamo ogni giorno una serie insostenibile di confusioni, sovrapposizioni, vuoti che rendono questo sistema sempre più inadeguato rispetto ai mutamenti dei bisogni e alla complessità delle strategie di intervento.

Riconosciamo come alcune leggi recenti stiano tentando un’inversione di tendenza, tuttavia ad ogni necessità non corrisponde ancora una risposta definita, generalizzata, efficace. Al contrario, a bisogni uguali fanno spesso riscontro risposte differenti, che variano anche notevolmente a seconda del disagio, dell’età, del territorio, della sensibilità dei singoli amministratori, dell’"aggressività" e del "peso" di ciascun gruppo sociale o categoria organizzata.

Da qui la ferma intenzione di attivare una mobilitazione che permetta al nostro Paese di inserirsi nel cammino verso la costruzione di un nuovo modello sociale europeo, in grado di fornire una serie di risposte certe, chiare e garantite.

Sotto il segno della Grande Riforma Sociale, la mobilitazione deve puntare a un effettivo "salto di qualità". Il traguardo deve essere una vera e propria riforma strutturale del nostro sistema di sicurezza sociale, ormai vecchio di oltre un secolo.

È arrivato il momento di accelerare, nel sociale, quanto è avvenuto per l’istruzione (nel 1962), per la sanità (nel 1978), per ogni grande riforma di settori determinanti della vita collettiva.

Il tema del welfare non si può ridurre alla sola previdenza, come i mass-media e la maggior parte delle forze politiche lasciano intendere. Deve invece comprendere tutto l’insieme delle politiche sociali, e quindi la sanità, l’assistenza (intesa anche come fornitura di ausili e rieducazione), la politica della scuola e della formazione, le politiche attive del lavoro, le politiche giovanili, della cultura e del tempo libero.

Non solo: ogni discorso sul welfare deve fare i conti con le dinamiche della nuova economia mondializzata, che hanno un’indubbia ricaduta sull’effettiva sovranità degli Stati-nazione e degli stessi sistemi locali di cittadinanza. Welfare globale e welfare locale vanno pertanto considerati nella loro interdipendenza.

La presenza del non profit, straordinariamente viva ed efficace nel nostro Paese, non può essere messa in condizione di diventare complice e subalterna ad un sistema oramai insopportabilmente antiquato, ingiusto e carente.

Intervenendo a sopire contraddizioni e vuoti, i gruppi e le comunità del non profit allontanano le prospettive di chiarezza e, tutto sommato, di risposta.

Siamo consapevoli che solo un grande movimento partecipato, convinto, allargato, può permettere il salto di qualità: per questo intendiamo coinvolgere tutte le forze della società per avviare una riflessione globale e articolata sulla Grande Riforma Sociale.

Si tratta di costruire una proposta in grado di innescare una diffusa mobilitazione di energie etiche e di intelligenze sociali per rifondare un nuovo spirito pubblico e una grande passione civile.

È un obiettivo impegnativo e ambizioso. Per parte nostra inizieremo offrendo per il millennio che viene quanto di meglio le nostre esperienze possono offrire, mettendo in gioco idee ed elaborazioni in una comune ricerca con quanti sono disponibili a esplorare con noi nuovi orizzonti di azione.

 

PARTE PRIMA: L’ANALISI

Ad una lettura attenta e anche partecipata della realtà, si possono fare le seguenti osservazioni:

  1. È assente la prassi ordinaria di predisporre piani sociali in cui siano definiti i bisogni e i trend di orientamento. Il risultato è l’eccesso o la scarsezza delle risposte. Non è nemmeno tutelata l’interazione delle risposte tra i territori. Tutto è stabilito dalla buona volontà - quindi dal caso - per ogni singola risposta; al massimo si risponde con progetti a termine che non vengono trasformati in servizi permanenti.

  2. Le competenze sono distribuite secondo le fonti delle risposte. Enti, livelli di competenza, funzioni si accavallano e si ignorano. Da qui la difficoltà enorme per chi, avendo bisogno di più risposte, lungo l’arco della vita, è costretto a viaggi lunghi e interminabili tra le fonti di risposta.

  3. ’intervento sociale è gestito spesso in termini di neutra intermediazione. A fronte di un servizio pubblico, che teoricamente ha "il potere" di presidiare e garantire le offerte sociali, le risposte pubbliche sono il più delle volte inesistenti, limitandosi, quasi sempre, a far da "passacarte" a terzi in un’ottica di categoria e senza un’adeguata cultura dell’accoglienza dei bisogni così come si presentano.

  4. Esiste una recente legislazione di settore che tende al superamento dell’approccio per categorie (es.: L. 285/97, L. 45/99) attraverso piani territoriali, con interventi di rete e con tempi e fondi certi: di fatto, però, la fase concreta di attuazione contrasta in molti casi con lo spirito degli indirizzi dichiarati, mantenendo così aspetti settoriali, corporativi e burocratici ed evidenziando la difficoltà della pubblica amministrazione a conformarsi e gestire efficacemente tali dinamiche innovative.

  5. Le istituzioni locali, fulcro del moderno welfare, stentano ancora ad assumere un ruolo di governo delle politiche sociali che, come avvenuto a livello nazionale, associno in una partnership strategica le forze sociali. La costituzione di sedi formali di concertazione richiama tutti non solo ad esercitare un ruolo di legittima rappresentanza, ma anche ad assumere responsabilmente una funzione di iniziativa e proposta per il benessere collettivo.

  6. Le risposte non hanno sicurezza di esistenza e spesso non sono nemmeno definite. La mancanza di livelli essenziali e uniformi – sia per la quantità che per la qualità delle prestazioni – rende incerta la garanzia dei diritti sociali. La verifica della qualità delle risposte è sostanzialmente inesistente. Tale scenario premia ed enfatizza gli aspetti di frammentazione e settorialità degli interventi sociali.

  7. Tranne isolate eccezioni, non esistono in Italia "centri di pronto intervento". I fenomeni di disagio sociale non vengono né avvertiti, né monitorati, né prevenuti. Costantemente l’intervento avviene quando la crisi si è già manifestata, con conseguenze facili da prevedere: interventi massivi, costosi, con il rischio dell'inefficacia. Ciò impedisce che dei fenomeni si possa conservare esperienza, affinché diventi patrimonio di sapere per lo sviluppo di prassi future.

  8. La prevenzione, sia primaria che secondaria, è generalmente trascurata. Centri diversi, intervengono a suggerire, a proporre; a volte addirittura in modo intermittente. Così non si riesce a incidere sulle cause dei fenomeni, né a provvedere quando appaiono i primi segni.

  9. Nei casi in cui per la prevenzione vengono impiegate cospicue risorse (es. tossicodipendenze, minori), non vengono poi verificati i risultati delle azioni finanziate, affinché diventino base per una strategia di programmazione. I destinatari degli interventi sono, di volta in volta, monitorati in maniera discontinua, con ampie fasce di tempo e di salute dimenticati.

  10. Tranne pochi casi specifici, si presuppone una "normale capacità di intendere e volere", ovvero una adeguata capacità di scelta e di autocoscienza, da parte di tutti i cittadini che accedono ai servizi sociali. Ciò non è vero per ampie fasce di soggetti che per motivi comportamentali, organici o psicologici, sono affetti da turbative o sindromi che determinano disabilità intellettive. Questi soggetti sono oggi ulteriormente penalizzati per la loro difficoltà a rappresentarsi e autotutelarsi.

  11. Gli operatori addetti alla risposta sociale hanno livelli di competenze, di preparazione e di adeguatezza disomogenei.

  12. Il privato sociale finisce in molti casi per inserirsi nei vuoti di risposta, utile per le "novità", ma a volte incontrollato e incontrollabile, con cadute nella retorica buonista di una solidarietà generica o, all’opposto, nell’assunzione acritica delle logiche del mercato e della sua mano invisibile.

 

PARTE SECONDA: LE PROPOSTE

Alla base della nostra proposta è l’affermazione inequivocabile del diritto alla sicurezza sociale.

Nel quadro di un sistema di welfare della cittadinanza fondato sulla responsabilità pubblica, le risposte sociali debbono essere caratterizzate da competenza e territorialità, con un’adeguata sostenibilità finanziaria.

Da questo assunto consegue una serie di punti irrinunciabili:

a) I servizi sociali alla persona sono un diritto

Perché la risposta sociale sia un diritto soggettivo perfetto è necessario che la normativa si orienti in questa direzione, definendo i livelli essenziali di presenza e di qualità su tutto il territorio e affermando il suo carattere universalistico.

Il sistema delle risposte sociali, inoltre, non deve più basarsi sull’assistenzialismo (caratterizzato dalle costanti di cronicità e di dipendenza), né sul principio di appartenenza a categorie organizzate, per cui le risposte sono garantite ad alcuni e non ad altri.

È indispensabile costruire un sistema moderno di protezione sociale attiva. L’esperienza quotidiana dei servizi di frontiera dice che l’esclusione sociale, oggi, avviene non solo negli ambiti della marginalità conclamata, ma anche nei cosiddetti circuiti della normalità, cioè dentro il vivere di cittadine e cittadini considerati "normali": si pensi solo alle nuove forme di disagio favorite dalla crescente precarietà dei rapporti di lavoro.

Siamo per questo convinti che per costruire un sistema lungimirante di sicurezza sociale si debba anche uscire dalla sterilità di politiche giovanili occasionali, parziali oppure slegate tra loro e dalla programmazione generale.

Va sviluppata, senza ideologismi, una cultura di attenzione ai giovani che ponga al centro tutti i ragazzi, non solo quelli in difficoltà o a rischio. La cura dei giovani non riguarda solo le famiglie o in qualche caso la scuola, ma l’intera collettività. Tale attenzione dovrebbe esprimersi attraverso ogni intervento di politica sociale: come un filo che collega i vari ministeri e li rende compartecipi di un disegno di ampio respiro, dove siano centrali le complessità dell’educazione, dell’accudire le persone che stanno crescendo, e non solo delle emergenze.

Le politiche sociali devono essere previste non solo come strumento di ridistribuzione della ricchezza, ma come grande investimento per lo sviluppo e l’innovazione, così da passare decisamente da misure passive di contrasto dell’esclusione a politiche attive di inclusione.

Lo stato sociale, se ben impostato e condotto, non è soltanto un consumatore di risorse, ma anche un produttore di risorse, che possono essere quantificate, oltre che con parametri economici come il Pil, anche con altri indicatori come per es. l’Iqs (indice della qualità sociale) o l’Isu (indice di sviluppo umano), secondo le indicazioni dell’Onu.

I servizi sociali sono beni pubblici non riducibili alla somma degli interessi individuali o a strategie affidate a soggetti fra loro isolati. La loro realizzazione trova fondamento nell’interesse comune della collettività; il loro perseguimento, in base agli interessi e alle priorità dei bisogni esistenti in un territorio, è possibile soltanto attraverso processi di partecipazione che evidenzino il loro statuto pubblico.

 

b) Livelli essenziali e omogenei di servizi e prestazioni

Nel riformare il welfare è necessario "pensare a rovescio": considerare il complesso dei diritti sociali di cittadinanza come una priorità - invece che come aspetto residuale - nella ridistribuzione dei mezzi disponibili.

Il problema è proprio quello di uscire dalla discrezionalità della risposta e affermare la priorità e l’inderogabilità dei diritti sociali.

La realizzazione e l’effettiva esigibilità dei diritti deve però trovare adeguati organismi di verifica (es. associazioni di utenti, forum dei servizi): solo attraverso una partecipazione diretta dell’utenza alla progettazione, alla definizione e al controllo dei servizi è possibile superare l’autoreferenzialità del loro funzionamento.

L’attivazione di un welfare orientato alla garanzia della cittadinanza, centrato cioè sui diritti sociali intesi come beni fondamentali per essere persone nella società (diritti primari), presuppone alcune condizioni.

In primo luogo occorre costruire un sistema di sicurezza sociale che abbia nel territorio il cuore della sua stessa esistenza. Ciò presuppone:

- la creazione di un sistema complesso, formato da reti di servizi, da opportunità e da programmi. Si tratta di predisporre il Piano sociale di zona, quale strumento di pianificazione territoriale degli interventi a partire dalle pratiche diffuse di Welfare locale.

- un sistema di responsabilità condivise che significa avere certezza su chi è "regista" e chi fa partenariato, così da permettere la chiara definizione dei ruoli;

- il tutto in un sistema a forte regolazione pubblica.

In secondo luogo bisogna intervenire sulla composizione e la riqualificazione della spesa sociale affinché quest’ultima diventi volano per lo sviluppo dei sistemi locali attraverso la mobilitazione di altre risorse, come quelle provenienti da fondazioni bancarie, fondi UE, patrimoni Ipab, e valorizzando il protagonismo e le capacità di autonomia di famiglie, privati, settore profit e degli stessi cittadini utenti.

In questo senso i servizi devono fornire non solo le prestazioni essenziali rispetto a uno standard di diritti e bisogni garantiti, ma a partire da questi promuovere lo sviluppo di peculiarità e specializzazioni territoriali, anche attraverso la definizione di parametri specifici per il regime di accreditamento dei servizi stessi.

Il Welfare deve trovare una realizzazione locale (situata) e dinamica, poiché i bisogni evolvono e crescono con lo sviluppo sociale ed economico.

In terzo luogo, rilevata la necessità e la convenienza dell’integrazione dei servizi di vari tipi attorno all’unicità dell’assistito e della loro continuità sino all’esaurimento del bisogno, si deve riconoscere la validità dell’esperienza delle Unità Valutative Geriatriche e delle équipe per l’accertamento dell’handicap nelle scuole, che rappresentano una valutazione complessiva e multidisciplinare delle esigenze della persona e l’unico punto di accesso alle diverse prestazioni, fra loro integrate.

Tale modello deve essere esteso a tutti coloro che hanno bisogno di prestazioni complesse ed integrate, con particolare riguardo ai soggetti deboli, al fine di realizzare al meglio la condizione di parità nelle opportunità, voluta dal sistema giuridico italiano ed europeo.

 

c) I soggetti della risposta sociale

Riguardo i responsabili della risposta, occorre affrontare necessariamente il tema della sussidiarietà.

Costruire un welfare territoriale pone il problema di esplorare nuove forme di relazione tra chi è responsabile delle decisioni politiche, chi finanzia la spesa e chi, tecnicamente, garantisce la risposta sociale.

È indispensabile un’azione di governo intesa come momento di decisione complessa, che interagisce tra i vari responsabili della risposta, capaci anche di coinvolgere tutte le forze presenti sul territorio. Non basta limitarsi allo slogan "governare di più, gestire di meno".

Proponiamo di realizzare una vera sussidiarietà attiva: non nel senso dello Stato che si deresponsabilizza attraverso la privatizzazione o l’aziendalizzazione del sociale, ma mediante legami di reciprocità e interazione multipla degli attori istituzionali e sociali. Una prospettiva in cui i pubblici poteri assumono precisi obblighi sul terreno della programmazione, della regolazione e della promozione sociale.

Ciò presuppone l’individuazione di partner con chiare competenze e specializzazioni, tutte intese alla concertazione e alla programmazione dello sviluppo locale. Si pone dunque il problema irrinunciabile di affermare il valore dei beni sociali, chiamando tutti a garantire i diritti di cittadinanza.

A questo riguardo non possiamo non denunciare la tendenza, ormai presente in maniera preoccupante, di affidare servizi a soggetti privati con lo schema della gara al massimo ribasso, quindi in una logica di puro risparmio, piuttosto che in base a criteri di qualità sociale: il ruolo sussidiario del non profit non deve tradursi in un peggioramento della qualità dei servizi, né introdurre forme di discriminazione tra categorie/gruppi di popolazione.

In questa ottica la contrapposizione tra pubblico e privato-sociale non ha senso perché lo sviluppo del welfare non può avvenire a favore di una parte o a scapito di un’altra. Lo sviluppo di un profilo alto del welfare richiede un rafforzamento di entrambi gli interlocutori. Laddove quello pubblico e statuale è debole, anche i soggetti sociali trovano difficoltà a crescere e svilupparsi: per assenza di riferimenti, di capacità di progettazione e implementazione, di legislazioni e politiche.

Anzi, in una visione moderna e non ideologizzata di sussidiarietà, in cui ogni attore sociale è portatore di interessi collettivi, occorrerebbe allargare la sfera del pubblico estendendola ad altre soggettività, in modo da configurare un’arena pubblica abitata anche da organizzazioni non statuali.

 

d) Servizi competenti e attivi

I servizi sociali sono tali se producono relazioni significative e non solo se erogano prestazioni.

Alla base del lavoro con le persone deve essere l’obiettivo di alimentare la rigenerazione di legami sociali, di attivare strategie di sviluppo per rivitalizzare i luoghi di vita.

I servizi, in generale, sono impostati sull’idea che bisogna rimediare a un deficit: invece devono essere costruiti sull’attitudine a riconoscere le capacità positive, modificando lo schema riparatorio e residuale della risposta, per rendere i servizi stessi fautori di trasformazione.

Favorire la combinazione tra benessere individuale e crescita collettiva, significa intensificare il benessere della vita sociale, dilatare i diritti di cittadinanza delle persone, facilitare la crescita di un sistema in cui i servizi sono orientati alla produzione della qualità sociale, intesa come vivibilità, individuale e collettiva, del territorio.

In questo senso il saper coniugare la promozione di capacità con l’intensificazione dei legami sociali diventa uno specifico criterio di qualità dei servizi sociali.

I servizi non possono avere solo carattere "reattivo", in uno schema lineare bisogno–risposta; devono sviluppare una capacità "proattiva", volta a suscitare e far maturare la domanda; devono essere in grado di analizzare e organizzare la domanda, non solo l’offerta. Ciò non significa puntare a una mera e incontrollata espansione quantitativa dei bisogni, ma ad un diverso modo di gestire questi ultimi attraverso un sistema di relazioni sociali più consapevoli e solidali.

Il nuovo welfare, inoltre, deve saper valorizzare non solo le organizzazioni sociali formalmente costituite per l’erogazione di servizi, ma deve allargare il campo delle risorse disponibili riconoscendo e sostenendo la vitalità delle reti primarie di solidarietà, a partire dalla famiglia e dalle diverse forme di convivenza, che ne rafforzino il ruolo di protezione, promozione e coesione sociale.

 

e) Risorse permanenti e durevoli

Occorre affermare con forza la distinzione tra previdenza, assistenza, risposte alla povertà.

Nel pacchetto "sociale" attualmente sono ammucchiate risposte, in genere di natura economica, che confondono e quindi non risolvono problemi veri ma molto diversi tra loro, e che vanno comunque tenuti distinti.

Il conteggio, in un’unica voce, delle risposte sociali offre la sensazione di una grossa spesa a fronte di scarsi servizi. In realtà, le risorse impiegate per l’assistenza sociale e sanitaria e per contrastare la povertà in Italia sono globalmente molto più basse che nel resto dell’Unione Europea.

Tuttavia, per mettere ordine nell’attuale giungla delle prestazioni occorre usare flessibilità e intelligenza, senza indulgere a procedure di tipo burocratico che tendono a selezionare e rifiutare le cosiddette domande "non pertinenti" all’assetto dato.

Un altro problema da risolvere sono le competenze. Non è più possibile riconoscersi in un sistema di sicurezza sociale del tutto privo di una chiara e precisa funzione che abbia la responsabilità della programmazione, dei risultati e della qualità della risposta.

Percorsi tortuosi e labirintici frammentano e vanificano ogni filo di logicità nell’intervento sociale. Secoli di storia si cumulano senza che qualcuno abbia avuto l’ardire di mettere mano a competenze, professionalità, livelli di organizzazione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: molte energie vengono impiegate (o perdute) nel tentativo inutile di dare risposte, come avviene per i vecchi acquedotti che oramai portano a destinazione appena il 30% dell’acqua, mentre la maggior parte del contenuto si disperde.

Infine il piano di sicurezza sociale esige la dotazione di un "fondo sociale", non differentemente da altri piani; basti pensare a quello sanitario.

In particolare occorrono risorse finanziarie aggiuntive per garantire i diritti soggettivi dei non autosufficienti gravi, indipendentemente dall’età e dalla malattia che ne è la causa. Citiamo qui il caso del Piano triennale sull’handicap recentemente approvato dal Governo e dalla Conferenza Stato-regioni: i suoi apprezzabili contenuti sarebbero vanificati senza finanziamenti sufficienti per l’attuazione in tutte le regioni. Per questo, come per gli altri settori dell’assistenza sociale le regioni e i comuni potranno costruire ulteriori miglioramenti dei servizi oltre i livelli essenziali.

Senza i due cardini della definizione delle risposte sociali e delle risorse disponibili, ogni territorio, a seconda delle possibilità e delle sensibilità, continuerà ad agire individualmente, vanificando ogni diritto.

A tale proposito, si rende necessaria la definizione di regole che pongano fine alla discrezionalità degli interventi da parte delle amministrazioni pubbliche locali, pur salvaguardando la loro autonomia e il diritto di esercitare appieno le deleghe ad esse assegnate. Ciò dovrebbe valere non soltanto per la più volte citata garanzia dei livelli essenziali, ma anche per altri tipi di risposte, ugualmente fondamentali, come il sostegno e il recupero sociale dei soggetti in difficoltà: non è pensabile aumentare la qualità della vita dei territori senza agire concretamente in termini di servizi e progetti, ad esempio nei confronti delle persone che hanno commesso dei reati e delle vittime dei reati stessi.

 

f) Concludendo

Per combattere la povertà/esclusione sociale occorre tener presente anche il nesso che lega oggi i bisogni di sicurezza sociale alle condizioni di lavoro e di reddito.

La Grande Riforma Sociale non può non confrontarsi con le tematiche del lavoro inteso come azioni per creare opportunità di lavorare, guadagnare, investire le proprie energie in progetti condivisi, perseguire i propri progetti di vita.

Tale questione non può essere risolta con il ricorso a pratiche di workfare, cioè del lavoro come obbligo, premio o punizione, ma riconoscendo il lavoro come diritto dentro un quadro di copertura dei beni di sicurezza sociale.

In definitiva il problema che poniamo riguarda le prospettive di una politica sociale nel Paese e il rapporto che hanno i sistemi di welfare con le pratiche di giustizia sociale a livello locale. Quale modello generale si intende assumere: quello pubblico universalistico, quello misto integrato o quello privato aziendalistico?

È arrivato inoltre il momento di dire chiaramente quali diritti sono garantiti e garantibili, quali servizi offerti, con quali risorse possibili.

Ma ciò non basta: occorre allargare il discorso, in quanto la categoria dei diritti deve essere coniugata con quegli inderogabili doveri che costituiscono l’elemento integrante di qualsiasi diritto. Non possiamo elaborare una Riforma Sociale fondata sui diritti senza assumerci l’onere di presentare anche i corrispettivi doveri di cittadinanza basati sull’assunzione chiara di un principio di responsabilità sociale.

Ciò nella consapevolezza che nel campo del welfare è in gioco la ricerca della giustizia, intesa come espressione di vita pubblica, spazio di dialogo ma anche di conflitto, luogo di costruzione del futuro e di impegno collettivo per realizzare un nuovo patto in cui convivano solidarietà e responsabilità, esigenza di sicurezza e soddisfacimento dei bisogni, libertà dell’individuo e sistema di uguaglianza sociale.

  Note:

1)Cfr. il documento "Occupazione, riforme economiche e coesione sociale", approvato nel marzo 2000 dai capi di Stato del Consiglio d’Europa durante il summit di Lisbona.

2)Con la definizione "non profit" indichiamo tutte le realtà dell’associazionismo, del volontariato, della cooperazione impegnate, con varie modalità, nel fornire risposte, analisi, proposte, azioni di tutela rispetto alle situazioni di disagio ed emarginazione sociale.

3)Il diritto soggettivo perfetto nasce da contratto (ad esempio fra mutua assicurativa e mutuato) oppure da legge, come nel caso della legge n. 833/1978, che estende a tutti il diritto alla prestazione del servizio sanitario precedentemente riservato ai mutuati. È un diritto sempre esigibile e non è subordinato alle condizioni economiche della persona (ricca o povera che sia); per fare valere tale diritto ci si può rivolgere al magistrato ordinario, secondo il rito abbreviato del lavoro, l’unico che garantisce tempi accettabili.

Invece il diritto condizionato, che nel nostro sistema giuridico si definisce interesse legittimo, come ad esempio quello all’assistenza agli indigenti, è subordinato alla discrezionalità delle regole stabilite dall’amministrazione pubblica e all’accertamento delle condizioni di povertà della persona e della sua famiglia (riccometro); l’eventuale contestazione deve essere rivolta alla costosa e lenta giustizia amministrativa, dove le possibilità di fare valere le ragioni della persona sono molto ridotte e ciò che sempre prevale è l’interesse dell’ente pubblico.

4)In tale ambito già esistono delle sperimentazioni locali che, con diverse modalità e accentuazioni, si stanno configurando come prassi di successo nel tentativo di elaborare soluzioni innovative sul terreno dello sviluppo sociale. Ci riferiamo, in particolare, ai Patti Territoriali del Sociale e al Piano Regolatore Sociale.

Nel primo caso, si parte dalla necessità di guardare al territorio come soggetto della crescita autopropulsiva e della progettazione condivisa, collegando l’area dei servizi alle persone e l’area dell’economia sociale alle dinamiche strutturali dello sviluppo locale. Il Patto Territoriale del Sociale, infatti, ha come obiettivo la lotta all’esclusione sociale nell’ottica di un’organica programmazione degli interventi, sperimentando la metodologia della concertazione e del partenariato non più soltanto sul versante dell’impresa classica (manifatturiera, agricola, turistica) ma anche e soprattutto nel settore dell’economia sociale.

Per Piano Regolatore Sociale, invece, si intende uno strumento di programmazione, distribuzione e dotazione dei servizi essenziali sul territorio finalizzato a realizzare un’infrastrutturazione sociale della città, in analogia al Piano Regolatore Urbanistico. Una tale prospettiva consente sia di definire con quali risorse, quali servizi, quali tipologie di interventi è possibile costruire un sistema locale di cittadinanza, sia di operare un investimento strategico sul capitale sociale urbano nella logica dello sviluppo sociale.

5)Riguardo la riformulazione delle deleghe agli enti locali, cfr. il Dpr 616/1977 dove parla di persone detenute, ex detenute e loro famiglie. Il riferimento contenuto alla fine del capoverso è alle proposte di mediazione penale nel settore degli adulti che desiderano ridisegnare la funzione della pena e la restituzione del danno, anche attraverso l’incontro tra l’autore e la vittima del reato.



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