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La desideravo viva
di Domenico Pennizzotto (Assistente Sociale)
A volte i colleghi … hanno delle storie che … ho deciso di raccontarne una … così come sono capace io …
Il rito appariva come qualcosa di macroscopico.
Non c' era un gesto o un movimento che potesse appartenere ad un' altra situazione, nè tantomeno ad un'altra persona. Altrimenti sarebbe stata un' altra vita.
Ciò che più mi sorprendeva era l'esatto ripetersi dei gesti. Niente era fuori posto in quel luogo, neanche i movimenti di chi ci lavorava.
Stessi gesti accompagnati dalle stesse espressioni nei volti.
Ogni giorno per diciannove giorni.
Dopo non ho mai più visto nessuno di loro.
Eppure per quello scorcio di vita sono entrato nella loro storia personale, mi hanno frequentato, visto, forse qualcuno mi ha anche voluto bene. Di sicuro credo abbiano provato tanta pena per me.
Ma ciò non mi infastidiva.
In quel periodo nulla mi infastidiva, tutto mi andava bene.
Vivevo come affidato a qualcuno, eseguivo con una certa freddezza i compiti che nessuno mi imponeva di fare, ma che io sentivo fosse bene evadere. Niente musica, poco cibo, tanto amore da parte di tutti.
Messaggi a volontà, telefonate brevi ma a tutta forza commoventi, sguardi intensi e braccia tese, soprattutto da chi viveva con me, e poi da mia sorella e da mio cugino.
Impotenza, rabbia, forza, reattività, rassegnazione, preghiera: questo leggevo negli sguardi. Che poi riassumevano quanto era dentro di me,
né più né meno.
Ripassavo nella mente una canzone di Luca Carboni " ... e adesso come facciamo, non dovevamo andare lontano ....." e piangevo quasi silenziosamente tanto era spontaneo il mio pianto.
Stretti nella mano io e mia moglie rappresentavamo un unico corpo, un unica anima, forse mai come in quel momento incarnavamo alla perfezione il sacramento del matrimonio. Perfettamente uniti e sovrapposti, le nostre figure combaciavano.
Il mondo fuori proseguiva la sua corsa, verso cosa non so. O forse lo sapevo ma non mi preoccupavo di spiegarmelo.
Lo incontravo nel tragitto che da casa mi separava dall' ospedale dove avevo la mia prima ed unica figlia in coma irreversibile.
La mia auto era come una piccola sicurezza: mi portava con assoluta fedeltà nei posti che io le indicavo, mai domande, mai reazioni incontrollate, mai rifiuti.
Da fuori l'ospedale appariva mica tanto pulito, forse per via delle frotte di persone che entrando o uscendo sporcavano un po' ovunque, senza volere, senza pietà. Dentro, l'atrio principale e le scale mi davano le stessa impressione dell' esterno: portaceneri traboccanti, bicchierini di carta, plastica, tanta plastica. Il sintetico imperante.
E poi suonare, attendere risposta, annunciarsi, finalmente entrare.
Da lì iniziava il rito.
Lavarsi le mani con saponi disinfettanti, indossare camici verdi, mascherine, cuffie e copriscarpe.
Finalmente dentro. Con un unico scopo: chiederle di svegliarsi, chiedere a Dio di esaudire il desiderio di portarla fuori di lì viva.
Solo poche persone amiche ebbero il coraggio di visitarla come si fa in ospedale. Ma lei era in ospedale.
Le due Patrizie, Piero, Fernando e forse basta.
Ricordo che quando uscivo all' aperto faceva freddo e mi accendevo una sigaretta, in attesa di potervi rientrare alla sera. Sigarette intense, quelle.
Brutto reparto, la terapia intensiva.
Tutto fila liscio come l' olio, tutto odora di anestetico, di disinfettante, di sterile, compresa la morte. Fa parte del kit.
E tu nemmeno puoi lamentarti, perché nessuno ti nasconde nulla. Anzi se si può essere catastrofici, meglio. Così nessun genitore potrà mai dire di aver ricevuto rassicurazioni.
Un unico scopo: chiederle di svegliarsi. Chiedere a Dio di fare il miracolo.
Credimi, Signore, non ci hai fatto una bella figura davanti a quel reparto.
Ha avuto la meglio la morte, lo spegnimento, il buio, la notte, il sepolcro.
Niente luci, né zuccheri filati, né giostre, per mia figlia.
Questo bisogna che dopo dieci anni te lo dica: mi sarei aspettato di più.
Come Lazzaro, il servo del centurione, la bambina morta e tutti gli altri.
Loro sì e io no. Perché? Per quale cazzo di motivo?
Le tragedie del mondo in quel momento mi apparivano molto vicine. Provavo compassione per tutti coloro a cui era stato ucciso un congiunto. Il sangue degli innocenti era un po' come se fosse mio.
Diciannove giorni a metà strada. Mezzo mondo mobilitato nella preghiera per mia figlia.
Ma lei è morta.
E a me manca un pezzo di me.
Il rito era finito.
Un intreccio di coincidenze negative, superficiali atteggiamenti sanitari, personali interpretazioni da parte di chi conta.
Chi conta non può sbagliare, sennò non deve contare.
Purtroppo negli ospedali conta chi ha potere, non chi è bravo.
Darei la mia vita per cambiare questo corso.
In quei diciannove giorni mi muovevo come se tutto fosse per niente scontato.
Il valore della vita non si legava più alle prestazioni personali, alle "performance": avrei portato a casa mia figlia anche con qualunque danno cerebrale. L' importante era averla viva.
Amare i figli perché sono tali, semplicemente per questo.
Non per quello che sono in grado di offrire. Solo per il fatto di esistere.
La gente, la società, le macchine, i mestieri, le professioni, i cinema, i palazzi, il welfare, un giorno vi scorderò.
Dimenticherò i riferimenti e così potrò incontrare di nuovo mia figlia.
Mi sono chiesto tante volte se morire è un merito o una punizione.
Se credo in Dio morire deve allora significare come un merito.
Se credo nella vita terrena, morire è una bella sfiga.
Perché allora credo in Dio ma ritengo che morire sia comunque una bella sfiga?
Alla fine penso che proteggersi da situazioni come la mia non serve. Prima o poi ti capita e tu hai fatto tanta fatica per niente.
E' così che sono cambiato. Ho impedito alla disperazione di mettere piede dentro la mia vita. Ho tenuto fuori la depressione, che arguta mi accerchiava: ho piuttosto detto sì a tutto quello che sapeva di Vita.
Ho pensato che dovevo scegliere pensieri e gesti di Vita, e così anche oggi dopo anni guardo mia moglie e i miei bambini e dico loro: "è ora di andare a Messa, sta arrivando il Natale"
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data: ante 2007 |
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