Vittorino: i tormenti di un
“discolo”.
Cronologia eventi: aprile 1934 – settembre 1935
Luoghi: Lumezzane (BS)
Vittorino nasce nel 1924 da Filippo…
Un discolo di nome Vittorino
di Manuela Ferrario
Prendo la bici e via!
La bici è di mio padre, ma io gliela rubo e scappo da casa. Via, via,
lontano da qui, da questo sporco paese. Lontano da Lumezzane.
Lontano da casa, dai fratelli e sorelle, da mia madre e mio padre, che non
mi vogliono bene. Lontano da questa miseria. Siamo povera gente noi: io, i
miei genitori e otto fratelli. Ma in casa, ognuno fa per sé.
Ho già dieci anni e non mi piace andare a scuola. I miei compagni mi
prendono in giro e mi fanno scherzi cattivi. Sarò anche deficiente, come
dice la maestra, ma io voglio andarmene da qui, se no faccio la fine dei
miei fratelli, a far serrature e coltelli, dall’alba al tramonto, in una
stanza buia.
Scendo verso valle veloce come il
vento, cantando a squarcia gola le canzoni che sento alla radio. Sono un po’
traballante sulla bici troppo alta per me, mi appoggio alla canna, così
riesco a pedalare meglio. Quando mi manca il fiato mi fermo, butto la bici a
terra e mi rotolo nei campi, come fanno certi animali. Mi piace ruzzolare
giù per il pendio. Mi stendo, dritto, dritto come un palo, gambe e braccia
ben tese e poi, con un colpo di anche rotolo giù, giù, a più non posso.
C’è un torrente che taglia il campo, mi tolgo i vestiti, tanto qui non mi
vede nessuno, e mi schizzo con l’acqua, alla ricerca di un po’ di frescura.
Le ore passano e io ho una fame da lupo. Mi sa che oggi torno a casa.
Scapperò un altro giorno.
In salita è molto più faticoso.
Mi alzo in piedi sui pedali per far più forza, prendo male un ciottolo della
strada sterrata e faccio un volo a terra. Mi sbuccio le ginocchia e batto il
mento che diventa blu. Così, un po’ massacrato, ruota della bici ammaccata,
torno a casa col cuore in gola. Ora chi lo sente mio padre! Mi riempirà di
botte.
Infatti son urla e cinghiate.
– A letto senza mangiare! Per punizione - Strilla mia madre.
Nessuno mi vuol bene, nessuno capisce cosa ho dentro.
I grandi pensano di potermi
obbligare, con le botte, a far a modo loro. Con me non ce la faranno mai.
Piuttosto mi faccio ammazzare, ma non mi piegherò alle loro prepotenze.
Mamma dice che sono un discolo e perciò mi rinchiuderanno in un istituto di
correzione, ma io so che invece vuole solo togliermi di torno. Lei mi odia
perché non faccio quello che mi dice e poi perché non guadagno i soldi.
– Mangia pane a tradimento!- mi grida dietro alle spalle quando esco di casa
per andare a giocare.
Frugo in casa alla ricerca di
soldi. Trovo poche lire nel barattolo dove mamma tiene gli spiccioli per la
spesa. Recupero qualche centesimo anche dalle tasche dei miei fratelli.
Questa volta me ne vado davvero. E per sempre.
***
Il mio cruccio si
chiama Vittorino. Ho moglie e nove figli, tutti bravi, ma lui, no. Lui ha la
faccia d’angelo e due grandi occhi chiari, ma è un ribelle che non vuol far
niente e io non so più come prenderlo. Ci fa dannare e non ci dormiamo più
la notte, io e sua madre. A volte sparisce e va in giro come un cane
randagio, senza che noi si sappia niente di dov’è. L’ultima volta ha
girovagato per dieci giorni e l’hanno trovato vicino a Brescia, che neanche
si sa come ci sia arrivato, magro e sporco come un cencio. Noi non ce la
facciamo più e abbiamo paura che, o prima, o poi, gli succeda qualcosa di
grave.
Che qualcuno ci aiuti.
Vorremmo chiuderlo in qualche istituto di correzione che ce lo raddrizzi, ma
anche il Parroco che sa la nostra disgrazia, non è riuscito a far niente.
Cos’è che han scritto? “… Il giovane non è sufficientemente traviato…” che
poi vuol dire che non è abbastanza discolo.
Rubare... ruba. Non ascolta nessuno e fa di testa sua. A scuola non vuole
andare. A lavorare men che meno. Scappa di casa in continuazione e si
azzuffa con i compagni. Che altro deve fare, un figliolo, per essere
sufficientemente traviato?!
***
Sono stanca e ho la schiena
spezzata dalla fatica. Tirare avanti una famiglia numerosa come la mia è
veramente faticoso. La sera mentre mangio ho la testa che mi cade nel
piatto. Non ce la faccio più. E questo figlio che mi fa tribolare! Vittorino
è un lazzarone, non vuole capire che la vita è dura e piena di sacrifici.
Lui fa tutto quello che vuole e non si riesce a domare. Siamo disperati, mio
marito e io, non sappiamo più a che santo votarci. Domani Filippo andrà
dritto a chiedere l'aiuto anche del Podestà.
Ogni sera prima di dormire prego il buon Dio che mi aiuti e che illumini i
signori del Tribunale. Questi non conoscono le nostre pene e neanche
ascoltano la voce di mio marito, un brav'uomo che ha fatto anche la guerra.
E se non basta neppure l'interessamento del nostro Podestà a chi dobbiamo
chiedere?
A Mussolini in persona?
***
Vittorino, in una afosa giornata
nell'agosto del 1935, viene ricoverato nel Riformatorio Giudiziario di
Cairo, nell'entroterra Savonese. Lontano, molto lontano da Lumezzane.