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Primo giorno d'autunno
di Paolo Demuru
Scrivi,
non ha ancora vent'anni e tanta rabbia in corpo, troppa per la sua età.
Ti parla a denti stretti e le parole faticano ad uscire; ti guarda serio e non gli strappi mai un sorriso.
Scrivi,
l'ha colpito, è vero, con quel bastone, ma il legno andava giù da solo, colpiva e colpiva ancora, era accecato dall'odio e nessuno è riuscito a fermarlo, neppure i suoi compagni di lavoro, neppure la Polizia.
Scrivi,
quando il padrone l'ha chiamato per lavorare in cantiere era gentile e sorrideva, gli ha promesso un futuro diverso - non sembrava vero - avrebbe sposato Svetlana e avrebbe avuto una casa tutta sua, in affitto naturalmente, magari piccola, ma per lei sarebbe stata la casa più bella del mondo.
Non aveva il permesso di soggiorno, anche questo è vero, ma al padrone non importava, erano pochi quelli regolari. Avrebbe sistemato le cose lui, diceva, avrebbe parlato lui con le persone che contano.
Scrivi,
è arrivato col barcone insieme ad altre migliaia di giovani disperati che scappavano da una terra senza futuro, senza speranza, senza pietà. Aveva pagato per attraversare il mare, quella lingua d'acqua che separa la miseria dal sogno, la tragedia dalla speranza.
Scrivi,
gli piaceva lavorare, anche se portare lassù mattoni e cemento era davvero faticoso e il fisico non sempre rispondeva, ma gli piaceva sentirsi addosso l'odore della fatica e lo sguardo del padrone soddisfatto.
Sapeva che così facendo avrebbe potuto lavorare ancora e rimanere ancora in questa "America", era sicuro che nessuno l'avrebbe mandato via. Sapeva che questo era il suo lavoro e voleva farlo bene, voleva dare un futuro a lei che l'aveva seguito lasciando al loro destino i genitori troppo stanchi per abbandonare quel fazzoletto di terra e pietre, quel cascinale che racchiudeva solo ricordi, lacrime e speranze deluse.
Scrivi anche questo, quando il giudice te lo chiederà.
Nonostante tutto lui il padrone lo credeva un amico, anche quando quella mattina ha preso coraggio e balbettando ha chiesto di avere i suoi soldi, lo stipendio di tre mesi di lavoro e lui ha iniziato a parlargli di crisi, di momenti difficili, di aver pazienza, di vedrai che tra un po' andrà meglio.
Ma lui queste cose non le capiva, sentiva il peso del braccio sulla sua spalla, non sapeva più se di lui poteva fidarsi ancora, era deciso però a fare qualsiasi cosa perché al cantiere il lavoro andasse bene. Anche se aveva bisogno di quei soldi, avrebbe aspettato altri mesi, consumando fino in fondo gli ultimi risparmi.
Scrivi,
Come lo scafo contro gli scogli un anno prima, la sua vita si è infranta nell'attimo in cui il bastone lo colpiva con violenza, il corso della sua vita ha cambiato direzione in quel momento di rabbia e di orgoglio.
Scrivi
Ora qui sono molti a volergli bene, ha ripreso a studiare e legge tutto ciò che può. Gli piace la narrativa italiana, sa tutto di Benni, di Pratolini e adora i racconti di Calvino.
Sa farsi ascoltare dai compagni e la domenica giù al campetto è un dio, ma in fondo al suo sguardo c'è ancora il ricordo di quella sera davanti al portone di casa, quando il padrone gli ha chiesto di incontrare Svetlana da solo, ha promesso di pagargli gli stipendi arretrati, gli ha ricordato che non aveva il permesso di soggiorno, e urlava e diventava rosso in viso da far paura, lo scuoteva nervosamente per le braccia e lo insultava.
Scrivi
Non avrebbe mai voluto farlo, ma aveva troppa paura e il bastone se l'è trovato tra le mani, non avrebbe mai voluto farlo, ma questo, lui, non doveva chiederlo, e lo sapeva.
Scrivi
Ormai è troppo grande per rimanere qui e tra pochi mesi sarà trasferito, ma non ha ancora trovato chi riuscirà a cancellare quella tristezza, non ha ancora trovato chi potrà insegnargli a diventare un uomo.
Scrivi anche questo nella tua relazione, assistente sociale.
(dal carcere minorile - primo giorno d'autunno dell'anno 2002)
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data: settembre 2002 |
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