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Degli occhi che ci credono
di Christian Marino
Quali sono gli
strumenti educativi migliori a nostra disposizione? Cosa possiamo utilizzare noi
operatori del sociale per migliorare i nostri interventi con i ragazzi?
Ci riuniamo in giornate di formazione, in convegni, in seminari nei quali ci
forniscono dispense corpose, talvolta pure troppo; dove slides ricche di schemi
a cascata e statistiche tentano di fornirci qualche aiuto in un mestiere che è
ogni giorno più dannatamente complicato.
Ma mi piacerebbe raccontarvi una storia, una storia dalla quale i miei colleghi
ed io abbiamo capito (o meglio abbiamo avuto conferme) che alcuni tra gli
strumenti migliori possono essere … un pulmino, un etilometro, tanti sorrisi,
tanta autoironia, buon tempismo, un cheesburger, un pacchetto di sigarette,
un'autoradio, un po' di messaggi sul cellulare, del tempo a disposizione senza
fretta, degli occhi che ci credono.
Ho la fortuna di occuparmi come assistente sociale, oltre che di territorio,
anche di un progetto di educativa di strada. E al suo interno succede di
incontrare i ragazzi nei “loro” luoghi, che non significa solamente il dove, ma
anche il come e il quando.
Tra le tante attività portate avanti dai miei colleghi (e ormai amici)
educatori, ho partecipato a un paio di uscite serali: uscite semplici (perché
contrariamente a quanto sembra agli adolescenti va eccome di circondarsi di
semplicità), quattro chiacchiere in birreria, magari decidendo anche di mangiare
cena insieme al pub.
Il deor all'aperto riparava i tre tavolini che avevamo unito per riuscire a
sederci tutti intorno, in modo da formare quasi un cerchio.
Sia prima che dopo questa esperienza, più volte la posizione di assistenti
sociali che lavorano con noi, di qualche responsabile, di altri operatori, è
stata quella di prendere le distanze da una simile scelta di intervento: “Che
bell'esempio stare in giro la sera a bere birra con i ragazzi” - “Così facendo
non si distingue più il confine tra operatori e utenti” - “Vi pare questo il
modo di lavorare? Non c'è nulla di positivo in ciò che fate, anzi può
soprattutto essere deleterio”.
Saremmo dei grandi ipocriti se proprio in questa circostanza venissimo meno al
mettere in pratica la dimensione dell'ascolto verso questo tipo di opinione (e
poi sappiamo, nonostante un po' di sana testardaggine ci appartenga, che anche
un orologio fermo segna due volte al giorno l'ora esatta…): ci siamo quindi
domandati se questi interrogativi e dubbi avessero ragione di esistere. E cosa
ci siamo risposti? Che il nostro punto di vista era ovviamente diverso ma era
comunque nostro compito rendere più chiaro e convincente che credevamo di essere
nel giusto.
Potrebbe risultare scontato o qualunquista ma non per questo ci si può sottrarre
alla riflessione che i fenomeni mediatici e l'atteggiamento medio della nostra
società incidono purtroppo in modo determinante sulle aspettative e sui valori
che vengono letteralmente “gettati” addosso ai ragazzi: e forse oltre a farci
sorridere devono anche farci soffermare un momento le interviste per strada
rivolte ai quindicenni che alla domanda “quali valori avete?” rispondono “due
pezzi da venti” oppure “tra scarpe, jeans e borsa direi un buon quattrocento, mi
sembra già buono no?”.
Ma perché questo? Perché forse come abbiamo sentito centinaia di volte “conta
solo l'apparire”? Forse è qualcosa di più, qui sì si tratta di qualcosa di più
complesso.
Non è solo la mera apparenza, ma il fatto che apparenza sia uguale a
immediatezza; l'apparire si coglie in tre/quattro secondi. Se una persona è
vestita bene o male, pettinata alla moda o meno, i nostri occhi lo colgono
pressoché in tempo reale quando incontrano questa persona. Per tutto il resto
serve invece tempo, più tempo. Ma ai ragazzi questo tempo viene concesso? E già
in questa frase pure noi, che ci riteniamo in grado di star loro accanto, ci
siamo fatti fregare dalle parole: concesso. No! Sa di concessione, quasi di
elemosina. La domanda corretta è: ai ragazzi questo tempo viene garantito? Sì
esatto, garantito, non è forse un loro diritto, uno dei primissimi tra l'altro?
“Non sempre” ci viene da dire se ci siamo svegliati ottimisti; “quasi mai” se
invece è una giornata più nuvolosa-pessimista-realista.
E quindi non è così strano che tanti dei “nostri” ragazzi misurino le loro vite
in termini di euro, di stile, di successo.
Sta a noi riabituarli (se non insegnar loro) a interpretare la vita che stanno
vivendo secondo altre unità di misura.
Ebbene, scusate il dilungarci ma tutto questo solo per tentare di spiegare che
il bene più prezioso che si poteva tenere in mano in questa tavolata di
educatori e ragazzi, che ridevano e parlavano e raccontavano loro stessi di
fronte a qualche birra e qualche focaccia, era proprio un tempo di qualità speso
tra di loro.
E serve farlo così, alle nove di sera di un venerdì e non alle tre di pomeriggio
in ufficio; e serve farlo dopo essersi ritrovati in piazza ed esser saliti su un
pulmino insieme, dove non poteva esserci silenzio o canzoni di Battisti e
Celentano, ma un'autoradio che ad un volume sufficientemente alto sputava fuori
musica house; e serve dirigersi verso un pub che abbia almeno un po' di fascino
e non ritrovarsi nei locali dove si fa catechismo (magari poi stupendosi che su
dieci ragazzi che avevano detto sì, solo due si sono presentati… ma uno dei due
era il figlio della catechista).
Il bello di una serata del genere è la contaminazione che viene a crearsi. Di
fianco a me, a destra, avevo un'educatrice di strada che è anche responsabile
degli oratori di una città a noi vicina; a sinistra un educatore che lavora in
strada, ma è anche educatore di territorio ed ha in carico la situazione di
Andrea. Chi è Andrea? Andrea è la persona che ho davanti: 17 anni, due anni di
comunità minori, ora tornato a casa da qualche mese. Il suo percorso è stato
fantastico (sì sì, fantastico): e durante la serata al pub, lui che è al terzo
anno dell'alberghiero, se ne è uscito chiedendo se avessimo a disposizione dei
locali perché gli sarebbe piaciuto provare ad insegnare a cucinare ad alcune
persone che volevano fare un corso, ma non sapevano a chi rivolgersi. Si tratta
di un ragazzo che non più di due anni fa minacciava con un coltello compagni di
scuola e stava per finire pericolosamente nel mondo delle sostanze. E in
comunità, educatori come noi, hanno intuito che portarlo a suonare la batteria
sarebbe servito di più che andare dallo psicologo…
Ohi ohi, calma: non voglio attirarmi le ire di tutto l'Ordine degli Psicologi,
né sostenere che non serva fare colloqui tradizionali in ufficio tra assistente
sociale e minori. Ma dico anche che non dobbiamo sottrarci alla possibilità di
pensare che esista anche altro.
Che se è vero che ad una prima impressione una tavolata di educatori e ragazzi
che bevono birra può non sembrare così differente da un sabato sera qualunque
del mondo degli adolescenti, osservando più attentamente, ascoltando i discorsi
al tavolo, leggendo gli sms che arrivano sui cellulari degli educatori la
mattina dopo l'uscita serale si può capire che…
…che sorridere a un ragazzo triste è il miglior modo per convincerlo che non ha
disimparato a sorridere anche lui…
…che può darsi che per qualcuno dei ragazzi la serata non sia stata
nient'affatto significativa, oggi: ma il ricordo della stessa potrebbe
“fermentare” per un tempo indefinito e maturare anche quando ormai non ci si
pensa più…
…che la ricerca della felicità è un lavoraccio e che non siamo noi a poterne
garantire il lieto fine: possiamo però “esserci” mentre i ragazzi percorrono
questo cammino...
…che dividere a metà un cheesburger con un ragazzo può essere per lui o per lei
un segno molto più tangibile di mille parole…
…che bere una birra insieme a degli adulti, parlando anche di come è stata
prodotta e poi sperimentare un etilometro e conoscere quale sia la sensazione
che il nostro corpo e il nostro cervello ci trasmette dopo un'assunzione che
resta sotto gli attuali limiti di legge, è molto differente dallo sbronzarsi con
gli amici fino a non ricordare nemmeno più quanti bicchieri vuoti sono rimasti
sul tavolo…
…che non dobbiamo cadere nel tranello di pensare che se un ragazzo non parla
molto o non ci dimostra verbalmente che quel momento gli è piaciuto, allora il
nostro intervento non è servito: non siamo cabarettisti, non dobbiamo cercare il
consenso o gli applausi o la gratificazione. Dobbiamo essere certi di aver
seminato bene e sul terreno giusto...
…che spesso negli uffici, negli ambulatori, nelle aule c'è una luce artificiale
che impedisce di guardarsi negli occhi nel modo più puro possibile: e se invece
lo si riesce a fare non si può non vedere che quelli, quella sera e ancora oggi,
erano e sono occhi che ci credono. |
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data: 26 ottobre 2009 |
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