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Il ladro di bambini
di Domenico Pennizzotto

"Sapevo che era una giornata particolare, quella.
Il solito rito della vestizione era iniziato con inconsueti dubbi sui colori, sugli abbinamenti, sulla giacca elegante. -perché ti vesti così bene, caro- disse la mia profonda metà, così profonda da intuire che non valeva la pena chiedere -cos'hai?- a quell'ora, troppo presto per introspezioni striscianti.

Il caso, ma davvero?, volle che i bambini toccassero a me. Il più grande ormai avviato alla società pre-elementare pareva un piccolo adulto, la piccola invece, appena affacciata alla materna, soffriva. Non piangeva, questo no. Come sua madre, grandi occhi, grande orgoglio, grande amore verso di me. Che mai avrò fatto per avere due donne così... La grande vetrata della scuola materna ormai ci separava, per altre ore di un giorno che sembrava come gli altri. I suoi occhioni mi fissavano, tanto da non potermi sottrarre al suo sguardo. Feci qualche passo a ritroso, mi sembrava piangesse. Impossibile, non è da lei.
No, non ero affatto in forma, ma la decisione era presa.

Il primo stop lo feci al tribunale. E' pronto il decreto, chiesi alla cancelliera che teneva bassi gli occhi. Mia figlia fiera mi fissava, decretando dentro di sé che per l'ennesimo giorno subiva un'ingiustizia poiché la separavano dal babbo, e questa impiegata statale nemmeno mi guarda. Molto meglio la bambina.
Ma la gente degli allontanamenti si sa, ha paura.
Il secondo fu quello di cambiare l'auto. Ci vuole quella di servizio.
Il terzo fu l'appuntamento con la collega, nel suo ufficio. Il nostro incontro fu popolato di cenni e pause di silenzio. E' la prima volta per me, disse la collega, un po' più giovane. Pensai che la mia prima volta invece era stata circa quindici anni prima, avevo 18 anni, ero ad una festa di capodanno e fu un fallimento. Eh? replicò lei fingendo di non capire.
Non mi ero accorto di aver formulato il pensiero. Speriamo di non bissare, fece lei divertita.
Il quarto fu decisivo.

Alle maestre della materna mostrammo il decreto, anche se erano state avvertite dal caposervizio e comunque erano perfettamente al corrente della gravità di quella situazione. Pensai che in nemmeno due ore avevo già suonato a due scuole. Di questo passo...
Non so perché ma mi venne in aiuto quel passo del codice civile "...del buon padre di famiglia..." alla faccia delle tecniche.
Mi avvicinai alla bambina, cristo la stessa età della mia, giocai un po' con lei e poi le comunicai che si cambiava luogo di giochi. Senza l'aiuto delle maestre la vestii, cappottino e cuffia. Le maestre con la loro faccia era come se mi chiedessero: ma lei sa vestire un bambino? Se è per questo cambio pannolini, faccio la raccolta punti, mi alzo di notte ecc. Potrei mettermi a discutere davanti alle scuole con consessi di mamme parlando di detersivi e di canottiere cotone dentro lana fuori. Tsé. Abbracciai la bambina, la presi in braccio e mi avviai con il suo fagottino all'uscita, scortato dalla collega. Lei non pianse, in fondo la mia non era una faccia nuova, ma non per questo. Credo che se lo aspettasse, troppo grave anche per lei sostenere la madre.

In macchina si addormentò fra le mie braccia, l'abbandono era totale. Poi l'incontro con la famiglia affidataria, segreta, anche questo fatto di pochi cenni, di grande intesa. Avevano preparato tutto, compreso una piccola festa di accoglienza. Quando tornammo indietro, ci dicemmo che tutto era filato liscio, nemmeno un brandello di difficoltà. Finalmente però potei liberarmi e le lacrime mi invasero. Mentre piangevo osservavo che la linea della carreggiata a destra era sbiadita, mi domandai perché ogni volta che mi trovo in situazioni di grande tensione faccio caso a particolari insignificanti, come un quadro storto, un libro di altezza diversa dagli altri e la mia mente va.
Decisi di smarcare, il lavoro oggi é finito.

Mi incamminai verso la scuola dei miei figli, e tre. Era circa mezzogiorno.
Avevo bisogno di vederli, di toccarli di dire loro quanto li amavo, cosa per me non abituale.
Suonai, mi venne incontro la dada, poiché le maestre erano impegnate a dispensare il vitto, che mi apostrofò: - proprio lei che fa l'assistente sociale deve sapere le regole. Non glieli posso dare a quest'ora, capito? Deve farsi autorizzare.
Arrivederci.-

Non potei fare a meno di sorridere. Il potere di poco prima era totalmente svanito, di fronte ad una dada. In Italia senza autorizzazioni "poi se non hai il timbro"

Mi diressi verso casa, convinto che una buona sigaretta fumata a pieni polmoni in aperta campagna mi avrebbe sicuramente giovato... e no, nemmeno oggi mi sento un ladro di bambini"

Dedicato agli assistenti sociali cattivi, che poi così cattivi non sono mai.

data: ante 2007 se vuoi, invia un commento da inserire in questa pagina
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ultimo aggiornamento: 10/02/2010  web master: vittorio zanon