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Antonia e la sua famiglia: una storia sociale
di Ombretta Okely

Ho sentito parlare di Antonia, per la prima volta, da una collega, che prima di me si era occupata di lei e del fratello più grande, Giovanni. Stava facendomi le consegne, perché era stata destinata ad un altro ufficio, e mi raccontava velocemente i casi più difficili, i più gravi, gli interventi già fatti e da portare avanti. Una cartella era segnata trasversalmente, in un angolo, con due strisce colorate in rosso; era il segnale con cui la collega si era detta,e mi diceva "è un caso a rischio", un segnale a cui bisognava prestare attenzione. Rischio, per un'assistente sociale, è, quasi sempre, un bambino, o un adolescente, che si trova in una situazione problematica per la crescita; "rischio", è, per ognuno di noi, un campanello d'allarme, un richiamo ad una speciale attenzione professionale e ad una preoccupazione sociale.

Antonia aveva allora 11 anni, il fratello 14. Il padre e la madre erano ormai separati da anni e i bambini erano stati affidati, nel momento della separazione, alla madre. Da allora il padre si era occupato solo saltuariamente e in modo irregolare dei figli, anche se provvedeva a mandare regolarmente quanto prestabilito dal tribunale, una cifra limitata che bastava a pagare l'affitto, in un'abitazione di un quartiere semicentrale. In quel quartiere, tutti conoscevano Antonia e Giovanni: vestiti in modo approssimativo, con gli abiti sbagliati in giorni sbagliati, senza le calze o coi buchi, giravano ovunque di giorno e di sera, apparentemente indipendenti, di fatto abbandonati a sé stessi.
La madre, Anna, era una bella donna sui 50 anni, che alternava momenti di inconsapevole humour -quando parlava dell' ex-marito, dei vicini di casa, dell' assistenza -ad altri di aggressività violenta. Quando poteva, faceva qualche ora a "servizio" ,in posti di lavoro procurati per pietà dalle Dame della San Vincenzo, che,qualche volta, provvedevano a comprare una sporta di cibo, o a pagare il gas,la luce. I bambini erano venuti su cosi, randagi, poco curati, sempre in giro o fermi a vedere la televisione che campeggiava in salotto, unico oggetto di lusso in una casa poverissima, priva di lenzuola, di tazzine, di oggetti che sembrano comuni ormai per tutti.
Anna non apriva mai la porta a nessuno, né amici né nemici; spesso beveva e diventava aggressiva o triste, e usava la notte come giorno, o viceversa. Era, e profondamente, una donna triste: analfabeta, incapace di costruire la propria vita dopo il fallimento del matrimonio, e forse anche prima, vedeva nei figli un prolungamento di sé stessa, l'unica ricchezza. Soprattutto adorava il figlio maschio "Giovanni mio" era centrale in ogni pensiero, nel preoccuparsi, nel suo adattarsi a vivere in qualche modo.
Prima che li conoscessi, già la situazione aveva cominciato ad uscire dalle "regole", a diventare "a rischio": chi sa se per effetto della separazione, dell'alcolismo, dei problemi di salute mentale della madre, la mancanza di soldi, di lavoro...! motivi sono spesso molti, e si intrecciano e alimentano tra loro. La situazione, pian piano, si era fatta sempre più difficile per tutti: i bambini, amati ma trascurati, e incapaci di accudirsi da soli; la madre, incapace di badare anche a se stessa, complice e dipendente dai figli, inadeguata alla fatica di vivere.
La scuola di Giovanni - non tanto presto - scopri che Giovanni non "funzionava", né dal punto di vista sociale, né da quello scolastico; andava poco a scuola, sempre meno man mano che cresceva, e usava la scuola come base per formare o inserirsi in "bande" giovanili.
La segnalazione, l'intervento di un servizio specializzato non riuscivano a prendere in carico Giovanni e la sua storia, Anna, Antonia.
Il primo reato, il solito furto, il primo momento di osservazione, poi altri reati, e via via la tossicodipendenza, la criminalità spicciola, il carcere: la storia di molti.
Quando Antonia, anche lei, viene segnalata al Tribunale per i minori, al Servizio Sociale, il fratello è già stato in osservazione e si è tentato un ricovero in comunità che è stato annullato dalla grande forza congiunta di Anna e Giovanni. Non vogliono una distanza, una separazione, l'una e l'altro sono cosi legati che il ragazzo non riesce, forse non può stare lontano dalla madre, dalla casa, dal quartiere. I legami, a volte, sono cosi importanti, e irrisolti, che diventano distruttivi, e il tentativo di aiutare Giovanni a capire che la sua crescita ha bisogno di un distacco è senza esito. Giovanni scappa sempre, torna sempre a casa: il Tribunale, gli operatori, si rassegnano: sembra che non ci sia spazio per fare qualcosa, e il destino di Giovanni è segnato nel percorso di vita, e di emarginazione, che caratterizza ancora troppi ragazzi, Oggi.
Antonia, dunque: la scuola è preoccupata, perché la bimba frequenta poco, dorme in classe, è aggressiva coi compagni, con gli adulti; l'insegnante riferisce che Antonia è molto intelligente ma lunatica, bizzarra, imprevedibile. La madre va ogni tanto fino a scuola e fa delle scenate che sembrano senza motivo. La bambina sembra legatissima alla madre, molto indipendente, esprime una grande vitalità, una gran voglia di vivere.
La prima volta che vedo Anna e Antonia, devo suonare a lungo alla porta, ripetutamente e con insistenza; ho mandato una lettera per avvisare, ma poi saprò che Anna è analfabeta, che non apre mai le lettere né le dà da leggere ai figli. Le uniche cose che vengono ricevute e a volte pagate sono le fatture di luce e gas, i segnali di una presenza sociale che dal punto di vista di questa famiglia, è quasi punitiva, persecutoria. Quando Anna apre, si è appena svegliata, e non sembra sopresa di una faccia e una persona nuova, di un' altra assistente sociale. Si arrabbia solo quando capisce che sono venuta a vedere che succede, e, soprattutto, perché la figlia non va a scuola. Si arrabbia e si lamenta con il mondo, con me: sembra quasi il pianto e la rabbia di una bambina, sorpresa e sconcertata. Il lavoro di persuasione, di richiamo, di conoscenza si prolunga per molte visite, per molti anni. Anna, infatti, lungo i sei anni in cui l'ho conosciuta, non è mai stata in grado di venire nel mio ufficio, se non accompagnata dalla figlia, così come non era in grado di andare oltre, o al di là delle strade del suo quartiere, il panettiere, il supermercato, le osterie della zona.
Nel corso delle 100 (o 1000) visite domiciliari, ho visto Anna ubriaca e sobria, triste e lucida, furibonda e dolente, fallita e rivendicativa; a volte ha minacciato di buttarmi giù dalle scale del pianerottolo della casa di ringhiera, e io ho avuto paura; a volte mi ha fatto il caffè anche se era l'ultimo che aveva in casa, piangendo o ridendo per sè e per i figli, per me che c'ero e per quelli che non c'erano, i genitori, i parenti, il marito perduto e odiato come simbolo di un fallimento che tutto coinvolgeva.
Antonia, già quella prima volta, nella cucina semi buia, mi guardava molto attenta, incuriosita e distaccata nello stesso tempo. Seguiva la madre, e sembrava sostenere con la sua presenza gli sguardi, i gesti, il muoversi per casa, quasi responsabile anche della madre, e del comune procedere tra oscillazioni e fatica, negli scogli continui della loro vita.
Anche Antonia, come Anna, sembra voler difendere e tutelare il fratello, se dorme, se esce, se non lavora o ruba; ma lei, sembra che non la tuteli nessuno; non la madre, incapace di pensare anche solo a sé stessa; non il padre, assente nei fatti e nel pensiero; non il fratello, teso a rincorrere non si sa che cosa, forse un comportamento da adulto che vinca il senso di vuoto, di solitudine, l'angoscia che lo attraversa.
Antonia, quindi è attenta, molto attenta, sembra quasi responsabile della madre, del fratello; ha I1 anni, anche se sembra quasi un'adulta. E' molto bella, come è stata prima di lei la madre, con due occhi pacati da grande; sta a distanza, osserva, forse controlla, e chiede, al posto della madre, e con la stessa arroganza e dolcezza. lo, quella volta, propongo aiuto economico, il pagamento di alcune bollette, la colonia per l'estate a favore di Antonia. Chiedo che vengano fatti alcuni documenti, che non saranno mai fatti; dopo qualche giorno ritorno, comincio a conoscere l'odore, la luce, il rumore, l'angoscia di quella casa. Comincio a conoscere i protagonisti di quella storia familiare, il loro modo di essere, di funzionare, la chiusura tragica e malata verso/contro il mondo.
Faccio i documenti che servono per il denaro, le pratiche per l'iscrizione alla mutua, quelle per la colonia. Ogni tanto mi arrabbio, e mi deprimo, per la passività, l'ignoranza, per la fatica a condurre e gestire un lavoro professionale in quella situazione. Ma Anna, nella sua follia, ha qualche cosa che affascina, che induce a cercare di capire, che consente di tollerare; e Antonia, forse, comincia ad acquistare un po' di fiducia, ora va a scuola, andrà in colonia.
Ma il giorno della partenza -è una domenica, e, fattami autorizzare, sono andata a prenderla per accompagnarla, perché la madre non lo sa e vuole fare - Antonia rifiuta di alzarsi dal letto, di partire. Non vuole andare via di casa, o non vuole lasciare sola la madre: non partirà.
In autunno tutto ricomincia, e Antonia è sempre in bilico sul ciglio di una potenziale devianza o emarginazione. Comincia a sparire da casa per molte ore, o tali sembrano alla madre; non va a scuola; priva di regole, di controlli, di "cure" adeguate, responsabilizzata e contemporaneamente abbandonata a sé stessa, sembra ora segnalare, a chi sa vedere e ascoltare, un disagio profondo, soprattutto la mancanza di un ancoraggio che l'aiuti a crescere. Il giudice, il Tribunale, decidono un allontanamento, e che Antonia debba crescere, per poter crescere, lontano dalla famiglia.
Le reazioni di Anna sono prevedibili e molto umane: scenate in Tribunale, dove è stata condotta dalla forza pubblica; scene e insulti con me, che vado a parlarle prima e dopo la decisione del giudice. Anna non capisce, né vuol capire, si sente libera di mandare i figli a scuola o di non mandarli, di stare con loro alzata tutta la notte a cantare e vedere la televisione...Sente però, la forza della legge, i limiti che la legge pone: l'esperienza di Giovanni, forse, le lascia intravedere i "rischi" di questa vita per i figli. Dopo che Antonia, per una notte, non rientra a casa, Anna si spaventa, riconosce la necessità di un intervento per la figlia, accetta di andare a vedere la comunità prescelta con Antonia, con me. Antonia, in quel periodo, è curiosamente e, contemporaneamente, arrabbiata e sollevata: arrabbiata della decisione e sollevata della decisione?

Probabilmente, in lei, sono spesso presenti entrambe le facce e tutte le contraddizioni presenti nei fatti della vita.
Entra in comunità agevolmente, sembra inserirsi senza fatica; rientra a casa ogni fine settimana, perché il legame con la sua famiglia è per lei certo molto importante, anche se complesso e difficile.
lo raccolgo soldi, pubblici o privati, come avevo già fatto altre volte, perché Antonia abbia gli abiti che le servono, i soldi per il tram che la riporta a casa per il fine settimana, per il dentifricio. Prevedo anche soldi per Anna e faccio in modo che vengano dati con continuità, nel tempo.
Antonia, che chiedeva aiuto a suo modo, con i suoi comportamenti, le assenze, il silenzio e l'attenzione, prende tutto senza mai dare a vedere cosa ne pensa, se è contenta o scontenta, se si oppone o è d'accordo Per un anno, due anni, è necessario, una o due volte al mese, a volte in alcuni periodi ancora più spesso, andare a prenderla al lunedì, e accompagnarla in comunità. Le prime volte, forse, Antonia ed Anna dichiarano la loro sfida all'autorità, alla legge che vuole la crescita di Antonia altrove; più avanti, è quasi un rituale, che misura energia e risorse mie, del mio servizio, del Tribunale, che ci invia e ci ha inviato. Piano piano sia Antonia, sia la madre, imparano che la comunità significa scuola e vita regolare, cibo e sonno al momento giusto.
Anna conosce, e riconosce l'educatrice come aiuto per la figlia, e anche per sé; quando scoppiano i problemi, quando Antonia - di solito in primavera -non torna a casa o non torna in comunità, o sparisce per andare due giorni in Riviera, o altrove, Anna cerca me e l'educatrice, chiede aiuto e condivide ansie e problemi. Nel tempo l' educatrice e la comunità, la scuola, le coetanee diventano forme diverse di ancoraggio, qualcosa che aiuta Antonia a crescere e a fare esperienze di vita "normali". Antonia frequenta le medie, poi sceglie una scuola professionale, e decide un inserimento lavorativo che viene sostenuto e appoggiato dagli educatori, dal servizio sociale. I momenti di crisi, le fughe, sono sempre più rari, distanziati, e Antonia è ora disposta a discuterli e trattarli con chi si occupa di lei. Viene sempre mantenuto, negli anni, sia il rapporto tra Antonia ed Anna, sia il mio con tutti loro che Anna utilizza soprattutto per capire la crescita di Antonia, quella di Giovanni sempre più difficile.
Quando Antonia ha compiuto 18 anni ha potuto decidere l'uscita dalla comunità: il lavoro che aveva già iniziato, e l'occasione di un piccolo appartamento con una coetanea le consentono una certa tranquillità. Antonia, da allora, ha mantenuto rapporti regolari con l'educatrice che l'ha seguita, con le compagne che hanno condiviso quegli anni della sua adolescenza.
Saltuariamente "si fa vedere" anche da me. L'ultima volta, almeno per ora, è venuta a chiedermi un aiuto per ottenere l'assegnazione della casa in cui già abitava con la madre. Anna, infatti, poco tempo fa è morta, per cirrosi epatica; il fratello è in carcere e Antonia provvede ai pacchi viveri, a cercare l'avvocato...
Antonia, lei sì ha potuto ora preparare i documenti necessari, ciò che serviva; io ho fatto per lei, ancora una volta, una relazione sociale scritta, in cui riepilogavo brevemente le vicende della sua famiglia e raccontavo che lei ha sempre "abitato" con la madre; questo è vero sia dal punto di vista anagrafico, che da quello più simbolico, di appartenenza. Anch'io, ho in qualche modo "abitato" con loro, nella loro storia familiare, lavorando con loro a dipanare qualche filo della loro vita. Dentro di me, allora e adesso, hanno "abitato" Anna, Antonia, un poco Giovanni, l'educatrice, ed è per questo forse che ho scritto la loro storia.

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